ORHAN PAMUK.
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IL LIBRO NERO.
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Parte 4.
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Titolo originale: Rara Kitap. 1994.
Traduzione di: Semsa Gezgin.
2007. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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INDICE di questa parte.
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La storia attraversa lo specchio.
Non sono un malato di mente, sono soltanto un tuo lettore fedele.
Dipinti misteriosi.
Non il narratore, ma la storia.
Storia del principe.
Io che scrivo queste cose, invece.
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Nota dell'autore. Dieci anni dopo.
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FINE INdice.
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Capitolo dodicesimo.
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La storia attraversa lo specchio.
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Essendo i due insieme, il riflesso del riflesso penetr nello specchio.
SEYH GALIP.
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Ho sognato che ero finalmente diventato la persona che da anni volevo essere. Ero in quella met della vita che chiamiamo sogno, in una selva di palazzi di una citt fangosa, tra le strade buie e i volti ancora pi bui. Ti ho incontrato mentre dormivo stanco della mia infelicit. Capivo che avresti potuto amarmi anche se non fossi riuscito a diventare un altro; sapevo che dovevo accettarmi cosi com'ero, con la stessa rassegnazione che provo quando guardo la mia foto formato tessera; intuivo che era inutile affannarmi per mettermi nei panni di un altro: tutto questo in un sogno o in una favola. Pareva che le vie buie e gli inquietanti palazzi che ci incombevano addosso si aprissero dinanzi a noi, che il nostro passare desse un senso a botteghe e marciapiedi.
Quanti anni sono trascorsi da quando tu e io abbiamo scoperto perplessi il gioco magico che avremmo poi incontrato tante volte nella vita? Era la vigilia di una festivit religiosa e le nostri madri ci hanno accompagnato nel settore abbigliamento di un grande magazzino (ai meravigliosi tempi in cui non dovevamo ancora andare separatamente nella sezione maschile o in quella femminile); e l, in un angolo seminascosto del negozio, in una noia pi devastante di quella della lezione di religione a scuola, ci siamo trovati incastrati fra due specchi a figura intera e siamo rimasti l a osservare i nostri riflessi moltiplicarsi e farsi sempre pi piccoli procedendo via via verso l'infinito.
Due anni dopo, stavamo ridendo dei bambini di nostra conoscenza che avevano inviato la loro foto alla pagina Club Amici degli Animali della rivista per bambini dove ogni settimana leggevamo in silenzio, ognuno per conto proprio, la
rubrica Grandi Inventori, quando sul retro della copertina abbiamo scoperto la foto di una ragazza che leggeva proprio il numero che avevamo in mano; dopodich, guardando attentamente la rivista nella fotografia, ci siamo accorti che le immagini si moltiplicavano l'una dentro l'altra: la ragazza sulla foto in copertina teneva in mano la stessa rivisti con in copertina la stessa ragazza che teneva in mano la stessa rivista con in copertina la stessa ragazza... E cos all'infinito, sempre la stessa ragazza e la stessa rivista per bambini via via pi piccoli.
Pi tardi, negli anni in cui siamo diventati grandi e ci sia mo allontanati reciprocamente, una cosa simile l'ho vista si un barattolo di una pasta di olive nere appena uscita sul mercato che, non essendo utilizzata a casa nostra, potevo vede re soltanto al tavolo della vostra prima colazione, la domenica. Sull'etichetta (la reclamizzavano alla radio: Caspita mangi caviale!  Oh, no,  pasta di olive Ender! ) compariva una famiglia bella e felice, madre, padre, figlio e figli; seduti al tavolo della prima colazione. Ti ho mostrato il barattolo che vi si scorgeva posato sul tavolo, sulla cui etichetta era raffigurato un altro barattolo, e tu ti sei accorta che le figure del barattolo con attorno la famiglia modello diventa vano sempre pi piccole le une dentro le altre: in quel mo mento sapevamo l'inizio della favola che sto per raccontare ma non il suo finale.
Il ragazzo e la ragazza erano parenti. Erano cresciuti ne] lo stesso palazzo, salivano le stesse scale, divoravano insieme lokum e caramelle con sopra raffigurato un Icone in rilievo. Studiavano insieme, prendevano le stesse malattie, s facevano paura a vicenda giocando a nascondino. Erano estranei. Frequentavano la stessa scuola, gli stessi cinema, asco. lavano gli stessi programmi radiofonici, gli stessi dischi, leggevano la stessa rivista per bambini, gli stessi libri, frugavi no negli stessi armadi e nelle stesse casse, dove trovavano g. stessi fez, gli stessi drappi di seta, gli stessi stivali. Un gio no, capitato da loro in visita il cugino pi grande di cui adoravano sentire i racconti, gli avevano portato via il libro eh teneva con s e si erano messi a leggerlo.
Dapprima li aveva divertiti, con le sue frasi antiquate, il 
linguaggio ampolloso, le espressioni persiane, ma poi li aveva a tal punto annoiati da far loro venir voglia di buttarlo in un angolo; tuttavia, nella speranza che potesse magari esserci l'illustrazione di una scena di tortura, di un corpo nudo, o di un sottomarino, l'avevano sfogliato con curiosit, finendo pian piano con il leggerlo. Era un volume spesso. Ma subito dopo l'inizio c'era una scena d'amore tra i due protagonisti cosi intensa che al ragazzo sarebbe tanto piaciuto essere nei panni di lui. L'amore era spiegato cosi bene che volle innamorarsi anche lui. Finch, accortosi di avere gli stessi sintomi del personaggio del testo (impazienza a tavola, inclinazione a inventare scuse per vedere la ragazza, incapacit di bere un bicchiere d'acqua fino in fondo neanche avendo sete), comprese di essersi innamorato della ragazza nel momento magico in cui erano li insieme con il libro tra le mani. Qual era dunque la storia narrata da queste pagine che tenevano, lui da una parte e lei dall'altra ? Una vicenda di tanto tempo fa, che parlava di una ragazza e un ragazzo nati nella stessa trib. Si chiamavano Bellezza e Amore e vivevano ai bordi di un deserto; erano nati la stessa notte, studiavano dallo stesso insegnante, passeggiavano attorno alla stessa fontana: si innamorarono l'uno dell'altra. Quando, anni dopo, il ragazzo chiese la mano della ragazza, gli anziani della trib stabilirono che doveva andare nella Terra dei Cuori a prendere una certa formula alchemica. Partito, il ragazzo dovette affrontare molte peripezie: precipit in un pozzo e fu fatto prigioniero da una strega tutta dipinta, si inebri delle migliaia di facce e figure che gli apparirono in un altro pozzo, si innamor della figlia dell'imperatore cinese per la semplice ragione che assomigliava alla sua amata, riusc a venir fuori dai pozzi ma fu rinchiuso in segrete di castelli, segui e fu seguito, fatic a superare l'inverno, attravers grandi distanze, tallon indizi e segnali, studi a fondo il mistero delle lettere, raccontando e ascoltando storie. Finch la Parola, che l'aveva seguito travestita, dandogli una mano a superare i guai, gli disse: Tu sei la tua amata, e la tua amata sei tu, non l'hai ancora capito ? E in quel momento il ragazzo del racconto si ricord di essersi innamorato della ragazza quando avevano letto insieme lo stesso libro e studiato con lo stesso insegnante.
Il libro narrava la vicenda di un re di nome Hurrem S, ah ( di un bel giovane chiamato Cavid, di cui il re si era innamorato; stupito, il re non aveva la minima idea di che cosa gli stesse capitando, ma tu hai sicuramente gi compreso che pure gli amanti di questa storia si sarebbero innamorati l'uno dell'altro leggendo una terza vicenda d'amore. E che i protagonisti di quest'ultima si sarebbero a loro volta innamorai leggendo in un libro un'altra storia d'amore ancora, i cui amanti si sarebbero innamorati leggendone un'ennesima.
Molti anni dopo essersi recati insieme in quel negozio d abbigliamento, aver letto quella rivista per bambini e ave] esaminato il barattolo di pasta di olive nere, ho scoperto che anche i nostri due giardini della memoria confluivano l'uno nell'altro come quelle storie d'amore, formando una catena infinita di vicende legate tra loro come una serie di stanze comunicanti;  stato allora che tu sei fuggita di casa e che io mi sono dedicato a raccontare storie d'amore per ritrovare in esse la mia. Tutte le vicende d'amore sono tristi, commoventi, malinconiche, che siano ambientate a Damasco, ne deserto d'Arabia o nel Khorasan, nelle steppe dell'Asia o i Verona, ai piedi delle Alpi o a Baghdad, sulle rive del Tigri E ancora pi malinconico  constatare con quanta facilit rimangono in mente, rendendo assai semplice immedesimarsi con il personaggio pi ingenuo, sensibile e infelice.
Se un giorno qualcuno - magari io - finir con lo scrivere la nostra storia, di cui non riesco tuttora a immaginare il finale, non so se il lettore sar in grado di identificarsi subite con uno di noi due, come ho fatto io quando ho letto quelle storie, n se la nostra vicenda gli rimarr in testa, ma date che so che compare sempre una certa serie di sviluppi tutte tesi a dividere i protagonisti e le storie, ho comunque intenzione di portare a termine il mio compito.
Quando andavamo a far visita alla gente e, dopo mezza notte, in una stanza la cui atmosfera greve era azzurrata da fumo di sigaretta, mentre ascoltavi attentamente la storia narrata da una persona seduta poco distante da te, ti vede vo in faccia l'espressione che diceva Sono da un'altra par te, io ti amavo. Quando non ti davi pace nel cercare una cintura tra giacche, golf verdi, vecchie camicie da notte che
non ti decidevi mai a buttar via, e ti leggevo sul viso l'aria di sconforto di fronte all'incredibile disordine rivelato dalla porta aperta dell'armadio, io ti amavo. Ai tempi in cui ti eri messa in testa di fare la pittrice, da grande, e ti osservavo seduta con il nonno a un tavolo a imparare come si fa a disegnare un albero, e ridere, senza arrabbiarti, quando lui ti prendeva senza motivo in giro, io ti amavo. La volta che hai sbattuto la portiera del dolmui sull'orlo del tuo cappotto viola e la moneta da cinque lire ti  caduta di mano ed  rotolata graziosamente nella grata del tombino, tracciando un arco perfetto: ho adorato l'espressione giocosamente stupita del tuo volto, e s, anche allora io ti amavo. Una giornata luminosa d'aprile, dato che il fazzoletto che avevi steso quel mattino sul balcone ad asciugare era ancora umido, avevi capito che quel sole sfolgorante ti aveva ingannata; subito dopo stavi ascoltando il cinguettio che giungeva da un lotto di terreno non edificato nei paraggi, quando sul tuo volto era comparsa un'espressione pensosa: ecco, anche l io ti amavo. Quando ti ho sentita raccontare a un'altra persona la trama di un film che avevamo visto insieme, ho compreso angosciato quanto fossero diversi la mia memoria e i miei ricordi dai tuoi: ma pure allora io ti amavo. Ti amavo. Quando ti vedevo leggere, rannicchiata in un angolo, le perle di saggezza sui matrimoni tra parenti stretti di un professore che scriveva in un giornale illustrato, non mi importava nulla di ci che leggevi ma mi piaceva vederti con il labbro superiore arricciato come un personaggio femminile di Tolstoj; mi piaceva il modo in cui ti davi una controllata allo specchio dell'ascensore come se stessi guardando un'altra persona; e poi, chiss perch, iniziavi a frugare ansiosa nella borsetta come se stessi cercando qualcosa che ti era venuto in mente all'improvviso; mi piaceva il modo in cui correvi a infilarti le scarpine con il tacco alto che tenevi If ad aspettarti, l'una accanto all'altra, una girata sul fianco come un'esile barca a vela e l'altra come un gatto ingobbito, e poi, quando rientravi a casa, dopo diverse ore, mi piaceva osservare i movimenti agili che facevano per conto loro fianchi, gambe e piedi nell'abbandonarle, piene di fango, al loro asimmetrico riposo; ti amavo quando i tuoi pensieri tristi si perdevano chiss dove mentre fissavi nel
portacenere il mucchio di mozziconi e fiammiferi bruciati coi la capocchia annerita e miseramente contorta; ti amavo durante le nostre consuete passeggiate, quando ci imbattevamo in una luce o in un angolo talmente mai visti da far pensare per un istante che quel mattino il sole potesse essere sorto i occidente: non era la strada che amavo, ma te. Un giorno d'inverno in cui un'improvvisa libecciata aveva spazzato via da Istanbul neve e nuvoloni scuri, amavo te piena di brividi con la testa affondata fra le spalle, e non il monte Uludag che indicavi, stagliato sull'orizzonte al di l di antenne, minare ti e isole; amavo il modo ansioso in cui osservavi il vecchie cavallo che tirava stanco la carretta dell'acquaiolo, carica d bidoni di zinco; amavo il modo in cui ironizzavi sulle perso ne che non danno l'elemosina perch secondo loro i mendicanti in realt sarebbero ricchissimi, e il modo gioioso in cu ridevi quando scoprivi una scorciatoia per arrivare in stradi prima di tutti gli altri spettatori che salivano lentamente e tortuosamente il labirinto di scale di un cinema. Dopo ave strappato un'ennesima pagina dal calendario pieno di informazioni inutili, avvicinandoci cos di un giorno alla morte amavo la tua voce che, seria e triste, quasi fosse il segnali della nostra prossima fine, leggeva il menu del giorno fatte di ceci, riso, sottaceti e composta di frutta mista; e ti amavi quando pazientemente mi insegnavi come si fa ad aprire i tubetto di pasta di acciughe Kartal, togliendo prima il cerchietto piatto perforato e poi ruotando completamente il coperchio, e mi piaceva il modo compunto in cui leggevi sull'etichetta: Con i complimenti del produttore, Monsieur Trellidis; ti amavo con trepidazione quando mi accorgevo chi nelle mattine d'inverno il tuo volto era pallido come il cicli smorto, o quando durante la nostra infanzia ti osservavo at traversare la strada correndo all'impazzata in mezzo alla fiumana di veicoli che passava sul viale; ti amavo quando ti ve devo scrutare attenta, ma con il sorriso sulle labbra, il corvi che era atterrato sulla bara posata sul catafalco nel cortile della moschea; quando rifacevi il verso alle liti dei genitori con la tua voce da imitatrice radiofonica; quando ti stringe vo il viso fra le mani e, spaventato, scorgevo nei tuoi occhi dove ci stava conducendo la vita; ti amavo quando rivedevo, diversi giorni dopo, la tua fede accanto al vaso, anche se sulle prime non avevo capito perch l'avessi lasciata l; ti amavo quando, verso la fine di un amplesso tanto prolungato da far pensare al lento volo di uno stormo di mitici uccelli, dalle tue battute di spirito e dalla tua inventiva comprendevo che partecipavi finalmente anche tu alla solennit del piacere; ti amavo quando mi indicavi la stella perfetta che si vedeva nel cuore di una mela tagliata per il largo anzich per il lungo; a met giornata, quando trovavo un tuo capello sulla mia scrivania e non riuscivo a capire come potesse esserci arrivato, ti amavo, e durante una corsa fatta insieme su un affollatissimo autobus comunale, quando con rammarico vedevo quanto poco simili fossero le nostre mani aggrappate al sostegno, fianco a fianco in mezzo a tante altre, ti amavo come amavo il mio corpo, quasi stessi tentando di avvistare la mia anima latitante, quasi avessi compreso con dolore e gioia che ero diventato un altro. E ogni volta che ti compariva in viso quell'espressione misteriosa guardando passare un treno diretto a una destinazione sconosciuta, e poi quando l'esatta replica dolente di quell'espressione tornava a mostrarsi nel momento in cui, di punto in bianco, veniva a mancare la corrente in un'ora in cui i corvi si levavano a stormo strepitan-do come impazziti e il buio della casa si fondeva a poco a poco con la luce dell'esterno, ti amavo con la disperazione, il dolore e la gelosia che s'impossessavano di me ogni volta che vedevo quel tuo volto misterioso e triste.



Capitolo tredicesimo.
Non sono un malato di mente, sono soltanto un tuo lettore fedele.
Della tua persona ho fatto lo specchio della mia
SULEYMAN CELEBI.


Galip si svegli, sempre che si potesse definirlo un risveglio, la mattina del gioved dopo essere andato a dormire mercoled sera per la prima volta nel giro di due giorni. Come avrebbe ricordato in seguito, nel tentativo di capire quelle che era successo e che gli era passato per la mente nel periodo intercorso tra il momento in cui si era alzato, alle quattro, e quello in cui era tornato a letto, dopo il richiamo alla preghiera del mattino, alle sette: aveva incontrato le meraviglie del mitico territorio che si estende tra sogno e veglia e tante volte citato da Celal.
Come accade a coloro che si destano nel bel mezzo di un sonno profondo dopo un lungo periodo di insonnia e sfinimento e ai tanti sventurati e stremati a cui capita di aprire gli occhi in un letto non loro, quando si era svegliato aveva fatto fatica a ricordare il letto, la stanza, la casa e i motiv: per cui si trovava l, ma non si era sforzato pi di tanto per uscire dalla beata confusione della memoria.
Sicch, quando vide la cassa dei travestimenti posata vicino alla scrivania dove l'aveva lasciata prima di andare i letto, inizi a tirar fuori uno dopo l'altro gli oggetti che v erano chiusi senza provare nessuno stupore: bombetta, turbanti da sultano, caffettani, bastoni, stivali, camicie di seti macchiate, barbe finte di varie fogge e colori, parrucche, orologi da tasca, montature di occhiali, berretti, fez, fasce di seta per la vita, stiletti, decorazioni da giannizzero, bracciali un vero e proprio arsenale di cianfrusaglie tipo quelle reperibili presso la celebre bottega del signor Eroi, a Beyoglu che rifornisce di costumi e attrezzerie i registi turchi di fili storici. Al che, quasi gli fosse tornato alla mente un ricordo rimasto in un angolo del cervello, tent di evocare una visione di Celal che vagava per Beyoglu di notte conciato in quel modo. Ma proprio come i tetti sfumati di blu, le modeste stradine e le spettrali presenze del sogno fatto soltanto pochi istanti prima, che gli frullavano ancora per la testa, anche questo aggirarsi sotto mentite spoglie gli parve uno dei miti del famoso territorio tra sogno e veglia: meraviglie non misteriose ma nemmeno reali, non comprensibili ma nemmeno totalmente inesplicabili. Nel sogno aveva cercato, un indirizzo del centro di Damasco (per quanto poteva essere anche di Istanbul o ai piedi della fortezza di Kars), e lo scopriva con la stessa facilit con cui si trovano le parole pi semplici nei cruciverba delle riviste illustrate.
E quando sulla scrivania vide l'agenda piena di nomi e indirizzi, con ancora il sogno in testa, si sent cogliere da un senso di predestinazione e si rallegr come se si fosse imbattuto in una sequela di segnali lasciati li da un'abile mano nascosta, o nei suggerimenti di un dio burlone che giocava a rimpiattino come un bimbo. Contento di vivere in un mondo siffatto, lesse, sorridendo, gli indirizzi dell'agenda e le notizie che li accompagnavano. Chiss quanti ammiratori ed entusiasti, sparsi per tutta Istanbul e l'Anatolia, attendevano soltanto di trovare quelle frasi in una rubrica di Celal; ad alcuni era forse gi successo. Prov a farsele tornare in mente fra la nebbia del sonno e dei sogni. Le aveva gi viste, da qualche parte, negli scritti di Celal ? Le aveva lette anni prima ? Alcune di esse, seppure non rammentava di averle lette, sapeva per di avergliele sentite pronunciare, tipo: A rendere straordinario un fatto  il suo particolare modo di essere comune; a rendere comune un fatto  il suo particolare modo di essere straordinario. Anche se non avrebbe saputo riportarle con precisione agli scritti o alle parole di Celal, ricordava comunque di averle viste altrove, ad esempio nell'esortazione inserita due secoli prima da Seyh Galip nel racconto degli anni di scuola dei due piccoli Bellezza e Amore: Il mistero  sovrano, quindi trattatelo con gentilezza e rispetto.
E ce n'erano altre, che non rammentava di aver visto n negli scritti di Celal n altrove, ma che tuttavia gli suonarono familiari come se le avesse lette sia qui che l. Ad esempio, la frase che doveva essere il segnale destinato a Fahrettii Dalkiran che abitava a Besiktas Serencebey. Il signore, il quanto persona munita di abbastanza buonsenso da comprendere che la sua gemella - desiderava da tanti anni incontrar la - poteva apparirgli soltanto sotto forma di morte il Giorno del Giudizio e della liberazione (momento in cui molti s vedono nell'atto di darle di santa ragione a certi insegnanti di scuola, ovvero, pi semplicemente, felici di ammazzare i proprio padre), da diverso tempo si era reso irreperibile e noi usciva pi dalla sua abitazione di cui nessuno sapeva l'indirizzo. Chi poteva mai essere questo signore?
Non appena il cielo inizi a farsi chiaro, Galip attacc istintivamente il telefono; si lav, mangi quello che trovi nel frigo e, subito dopo il richiamo alla preghiera del matti no, torn nel letto di Celal. Mentre stava per addormentar si, gi in un mondo pi vicino ai sogni che alle fantastiche rie (lo stato tra il sonno e la veglia), vide se stesso e Ruya la gita in barca sul Bosforo. Niente zie, niente madri, niente barcaioli: trovarsi tutto solo con lei lo rendeva insicuro.
Quando si svegli, stava squillando il telefono. Prima d raggiungerlo, pens che nella cornetta avrebbe sentito la so lita voce e non quella di Rya. Quando ud una voce femminile, esit.
-Celal? Celal, sei tu?
Una voce femminile non giovane e certamente del tutti sconosciuta. - Si.
- Tesoro, dove sei stato ? Sono giorni che chiamo, sperando di trovarti. Ah!
L'ultima sillaba si trasform in un singhiozzo, e il sin ghiozzo in pianto.
- Mi scusi, non la riconosco, - rispose Galip.
- Non la riconosco, - ribatt lei, facendogli il verso. - No; la riconosco. Mi da del lei. Sono diventata una persona a ci: si da del lei -. E dopo una breve pausa la donna, come un giocatore sicuro delle proprie carte, disse in un tono a met strada fra la complicit e l'arroganza: - Sono Emine.
Un nome che non gli diceva nulla.
- E allora ?
- Allora ? Non hai altro da dire ?
- Dopo tutti questi anni... - mormor Galip.
- Certo, tesoro, dopo tutti questi anni, finalmente. Puoi immaginare cos'ho provato nel vedere che mi rivolgevi un appello attraverso la tua rubrica? Da vent'anni aspettavo questo giorno. Puoi immaginare come mi sono sentita quando ho letto la frase che attendevo da vent'anni? Avrei voluto gridarlo a tutto il mondo. Quasi impazzivo: ho fatto fatica a trattenermi, e sono scoppiata in lacrime. Come sai, hanno messo in pensione Mehmet per il suo coinvolgimento in quella vicenda della rivoluzione. Ma ogni mattina esce di casa: ha sempre da fare. Appena se n' andato, questa mattina, mi sono precipitata fuori. Sono corsa a Kurtulus,, nella nostra viuzza, ma non c' pi nulla; assolutamente nulla. Tutto  cambiato, tutto  stato abbattuto, niente  rimasto in piedi. La nostra casa non esiste pi. Sono scoppiata a piangere in mezzo alla strada. La gente si  impietosita, mi hanno offerto un bicchiere d'acqua. Sono tornata subito a casa, ho fatto la valigia e me ne sono andata prima che tornasse Mehmet. Tesoro, Celal mio, dimmi, come faccio a trovarti? Sono fuori casa da sette giorni, in questa o quella stanza d'albergo o ospite di qualche parente, dove mi sento indesiderata e non posso nascondere la vergogna. Ho chiamato un'infinit di volte il giornale solo per sentirmi dire: Non sappiamo nulla. Ho chiamato i tuoi parenti: stesso risultato. Ho chiamato questo numero: nessuna risposta. Ho preso con me soltanto qualche cosetta indispensabile, ma non voglio nulla. Ho sentito dire che Mehmet mi sta cercando come un pazzo. Gli ho lasciato poche righe che non spiegavano nulla. Non ha idea del perch me ne sia andata. Non ce l'ha nessuno, non ho detto niente a nessuno. Non ho parlato ad anima viva del mio amore, del nostro amore, tesoro mio, del mio segreto che  l'unico orgoglio della mia vita. Ma adesso che cosa succeder? Ho paura. Ormai sono sola! Non ho pi alcun legame. E tu non avrai pi motivo di temere che la tua paffuta coniglietta se ne torni a casa dal marito a preparargli la cena. I ragazzi sono cresciuti: uno  in Germania, l'altro sta facendo il servizio militare. Dedicher tutta la mia vita, tutto il mio tempo, tutto ci che ho a te. Stirer, ti riordiner la scrivania, ah quei tuoi scritti; ti cambier la
federa dei cuscini; non ti ho mai visto da nessun'altra parte oltre a quel posto senza armadi e senza mobili dove ci incontravamo. Sono molto curiosa di vedere il tuo appartamento, le tue cose, i tuoi libri. Dove sei, tesoro mio ? Come faccio a trovarti ? Come mai non mi hai segnalato il tuo indirizzo in codice nella rubrica? Dammelo. In tutti questi anni hai continuato pure tu a pensare a noi due insieme, vero ? Saremo di nuovo soli, di pomeriggio, nel nostro monolocale fatto di pietra, dove il sole, filtrando attraverso le foglie dei tigli, ci inondava il volto, i bicchieri del t, le mani che si conoscevano cosi bene. Ma quella casa non esiste pi, Celal;  stata abbattuta,  svanita; non ci sono pi neanche gli armeni, n quei vecchi negozietti... Lo sapevi? Oppure hai voluto che andassi l a piangere tutte le mie lacrime ? Come mai non l'hai detto nella rubrica ? Sei in grado di scrivere su ogni argomento: potevi scrivere anche di questo, no? Su, forza, parla! Dimmi qualcosa, dopo vent'anni! Ti sudano ancora le mani quando sei imbarazzato ? Sulla faccia, quando dormi, ti appare ancora quell'aria infantile ? Dimmelo. Dimmi tesoro... Come faccio a venirti a trovare ?
- Signora, - disse cautamente lui. - Signora, io non ricordo nulla. Dev'esserci un errore, sono giorni che non porto niente al giornale. Stanno ripubblicando certe mie rubriche vecchie di trent'anni. Capisce?
-No.
- Non avevo la minima intenzione di mandare n a lei n ad alcuno nessunissima frase in codice, n niente del genere. Non scrivo pi nulla. Al giornale ripubblicano una serie di mie vecchie rubriche. Quella frase dev'essere uscita da un pezzo di una trentina d'anni fa.
- Bugiardo! - grid la donna. - Bugiardo. Tu mi ami. Mi hai amato molto. Nei tuoi scritti hai sempre parlato di me. Raccontando i pi bei posti di Istanbul hai descritto la casa dove facevi l'amore con me, la nostra Kurtulus, la nostra piccola casa, non una qualunque garconnire da scapolo. Quelli che vedevi nel giardino erano i nostri tigli. Quando hai parlato di una bellezza dal volto di luna, in Mevlna, non l'ha: fatto per narrare una qualsiasi storia rosa ma per raccontare la tua bella dal volto di luna: me... Hai menzionato le mie
labbra di ciliegia, la mezzaluna delle mie sopracciglia... sono stata io a ispirarti. Quando gli americani sono andati sulla luna, lo sapevo che quelle di cui parlavi non erano le macchie scure che ci sono sulla sua faccia ma i nei delle mie gote. Tesoro mio, non dire di no. Quando hai scritto la terribile profondit senza fine di quei pozzi bui, era dei miei occhi che parlavi; te ne sono stata grata; ne ho pianto. Dicendo sono tornato in quella casa! , ti riferivi di sicuro alla nostra casetta, ma, dato che non volevi che qualcuno scoprisse il nostro amore segreto e proibito, ti sei visto costretto a inventare un certo palazzo di sei piani con ascensore a Nisantasi; lo so. In quella casa di Kurtulus, ci incontrammo diciotto anni fa. Cinque volte, per essere precisi. Non negarlo, ti prego, lo so che mi ami.
-  Signora, come ha detto lei stessa,  stato tanto tempo fa, - rispose Galip. - Ormai non ricordo pi nulla. Sto dimenticando tutto, a poco a poco.
- Celal, tesoro mio, non  possibile che sia tu. Ti trattengono If con la forza: c' qualcuno che ti obbliga a dire cosi? Sei solo ? Dimmi la verit, dimmi che per tutti questi anni non hai smesso di amarmi e mi sar sufficiente. Ho atteso per diciotto anni; posso continuare a farlo. Soltanto una volta. Dimmi soltanto una volta che mi ami. Va bene, allora dimmi almeno che a quei tempi ricambiavi il mio amore. Dimmi ti amavo anch'io e appender la cornetta per sempre.
- Ti amavo.
- Chiamami tesoro...
- Tesoro.
- Oh, no, non cosi; dillo con sincerit!
-  Signora, la prego! Ci che  stato  stato. Io sono invecchiato, e forse non  pi giovane neppure lei. Non sono assolutamente la persona che crede. La prego, dimentichiamo il pi presto possibile questo sgradevole scherzo giocatoci dalla distrazione e da un errore su un giornale.
- Oh, mio Dio ! Adesso che cosa ne sar di me ?
- Torni a casa, da suo marito. Se le vuole bene la perdoner. Inventi una storia; se le vuole bene ci creder. Torni a casa senza indugi, prima di spezzare il cuore a quel pover'uomo fedele.
- Vorrei vederti ancora una volta, dopo diciotto anni.
- Signora, non sono pi l'uomo di diciotto anni fa.
- Si, sei ancora quello. Leggo ci che scrivi. So tutto di te. Quanto ti ho pensato. Dimmi, quel giorno della salvezza  imminente, vero ? Chi  il salvatore ? Lo sto aspettando anch'io. E so che sei tu. Come lo sanno moltissime altre persone. I] mistero  tutto in te. Non arriverai su un cavallo bianco ma su una Cadillac bianca. Tutti stanno facendo lo stesso sogno. Come ti ho amato, mio Celal. Fa' che io ti veda solo una volta, anche da lontano. Potrei tenermi in disparte e vederti in un parco, quello di Mjka, ad esempio. Vieni l alle cinque.
- Signora, mi scusi ma metter gi il telefono. Prima che io lo faccia, per, vorrei chiederle una cosa da persona anziana ed eremita, prendendo coraggio dal suo immeritato amore. Mi dica, la prego: come ha fatto a procurarsi il mio numero di telefono ? Ha qualche mio indirizzo ?  molto importante che io lo sappia.
-  Se te lo dico, mi darai la possibilit di vederti almeno una volta ?
Ci fu un attimo di silenzio.
- S, - rispose Galip.
Ci fu un altro istante di silenzio.
- Ma dammi prima tu il tuo indirizzo, - riprese scaltramente la donna. - Se devo essere sincera, dopo tutti questi anni non mi fido pi di te.
Lui riflette un attimo. Sentiva la donna ansimare nervosa come una stanca locomotiva a vapore - ebbe persine la sensazione che ci fossero due donne -, e il rumore di una radio sullo sfondo, un genere di musica annunciata come musica popolare turca, che gli evocava gli ultimi anni dei nonni e le loro ultime sigarette, e niente affatto l'amore, l'abbandono o il dolore che queste canzoni esaltavano. Tent d: immaginarsi una camera, con una grossa radio piazzata in un angolo e, nell'altro, una vecchia ansante seduta su una poltrona logora, con in mano una cornetta di telefono, ma riusc soltanto a visualizzare la stanza di due piani pi sotto dove un tempo si sedevano i nonni a fumare: era l che lui  Rya giocavano a Io non l'ho visto.
Dopo la pausa stava iniziando a dire: - Gli indirizzi... 
quando la donna url con quanta forza aveva in corpo: - No, non dirli! Lui sta ascoltando! E qui. Mi sta costringendo a parlare. Celal, tesoro, non rivelare il tuo indirizzo. Ti trover e ti ammazzer. Ah... oh... ah!
Dopo gli ultimi lamenti, senti provenire dalla cornetta premuta all'orecchio alcuni strani rumori, metallici, orrendi, uno sbatacchiare incomprensibile, tale da far pensare a una colluttazione. Poi ud un gran frastuono: uno sparo, oppure il ricevitore conteso all'altro capo del filo era caduto a terra. Segu subito una pausa di silenzio, che per non era nemmeno esattamente silenzio: sotto di essa sentiva Behiye Aksoy cantare Civettone, civettone, civettone mio da una radio, accesa sullo sfondo, e i singhiozzi della donna, che piangeva in un angolo lontano. Udiva ansimare pesantemente nella cornetta, ma chiunque si fosse impadronito del telefono non diceva nulla. Gli effetti sonori continuarono per un bel pezzo. Dalla radio sent arrivare un'altra canzone; gli ansiti e i singhiozzi ormai monotoni della donna proseguivano.
- Pronto! - grid Galip, nervoso. - Pronto! Pronto!
- S, sono io, - rispose alla fine una voce maschile, la stessa che udiva da giorni, sempre quella. Il tono era posato, pacato, quasi volesse tranquillizzare Galip e chiudere un episodio sgradevole. - Emine mi ha confessato tutto, ieri. L'ho trovata e l'ho riportata a casa. Signor Celal, tu mi fai schifo! Ti faccio fuori ! - Poi, come un arbitro che fischia la fine di una partita gi durata troppo, annoiando tutti, prosegu in tono neutro:
- Ti ammazzo. Ci fu una pausa.
- Stammi a sentire, - replic lui per abitudine professionale. - Quella rubrica  stata pubblicata per sbaglio. E vecchia.
-  Dacci un taglio, - ribatt Mehmet. Come faceva di cognome? - L'ho gi sentita; basta con queste storie. Non  comunque per questo motivo che ti ammazzo, anche se sarebbe sufficiente. Sai perch ti ammazzo ? - Ma non si attendeva una risposta da Celal - insomma, da Galip -, sembrava averla gi. Lui continu ad ascoltarlo per abitudine. - Non perch hai tradito l'iniziativa militare che avrebbe messo a posto questo paese addormentato, n perch, dopo, hai fatto
perdere la faccia ai coraggiosi ufficiali e hai preso in giro altri valenti personaggi che hanno fatto una vita da cani per essersi impegnati in un gesto patriottico, n per i sogni ingannevoli e vergognosi che facevi standotene seduto comodamente in poltrona mentre loro rischiavano la vita nell'avventura che li avevi spinti ad affrontare, offrendoti i piani per il golpe militare dopo averti dato ospitalit con rispetto e ammirazione, e neppure perch sei stato capace di far circolare insidiosamente i tuoi sogni fra questi umili patrioti che avevi persuaso con le lusinghe ad accoglierti in casa loro
- taglio corto -, e nemmeno per aver sedotto la mia povera moglie, vittima di un esaurimento nervoso nei giorni in cui eravamo travolti dall'impeto rivoluzionario, no. Ti ammazzo perch ci hai sedotti tutti, l'intero paese, perch ci hai ingannati con i tuoi sogni vergognosi, le tue assurde preoccupazioni, le tue bugie senza senso, camuffate da battute di spirito, finezze suggestive, prosa di eccelsa qualit, riuscendo a spacciarle anno dopo anno a tutta la nazione e in particolare a me. Ora ho capito. Ed  tempo che lo capiscano anche gli altri. Ricordi il mercantino di cui hai ascoltato la storia con tanto spregio ? Bene, vendicher pure lui: tu lo dimenticheresti con una risata. Mentre battevo palmo a palmo tutta la citt, la settimana scorsa, in cerca di qualche tua traccia, ho stabilito che l'unica linea d'azione possibile  la seguente: questo paese e io dobbiamo scordare tutto ci che abbiamo imparato. Sei stato tu a scrivere che noi finiamo con l'abbandonare i nostri scrittori al loro sonno eterno nel pozzo senza fondo dell'oblio sin dal primo autunno dopo il loro funerale
-  Sono assolutamente d'accordo su tutto, - disse Galip
-  Ti ho gi detto, no, che intendo abbandonare completamente questa storia non appena avr scritto gli ultimi arti coli, cos da liberarmi dei frammenti residui della mia memo ria che si  quasi dissolta... Tra l'altro, come ti sembra la rubrica di oggi ?
- Schifoso bastardo, tu che ne sai del senso di responsabilit, fedelt, onest, altruismo ? Queste espressioni non ti fan no venire in mente altro che prendere in giro i tuoi lettori e tirare fuori un messaggio buffo destinato a una povera stup da che si  fatta sedurre ? Sai che cosa significa fratellanza?
 Certo ! , stava per ribattere, non tanto per difendere Celal quanto perch gli piaceva la domanda. Ma all'altro capo del filo Mehmet - che Mehmet era, questo Maometto ? - stava attraversando una terribile fila di insulti esplosi con grande fervore.
- Piantala! - gli ingiunse alla fine, terminato di inveire. - Basta! - E Galip intu che stava parlando con la moglie, che nel silenzio immediatamente seguito gli sembr che continuasse a piangere in un angolo. Quindi sent lei farfugliare qualcosa, e la radio che veniva spenta.
- Sai che  mia cugina, e cos hai scritto una serie di arti? coli saccenti per mettere sotto accusa gli amori tra consanguinei, - riprese la voce che affermava di essere Mehmet. - Lo sai benissimo che la met femminile dei giovani di questo paese sposa sempre i figli delle loro zie e la met maschile le figlie degli zii, eppure non ci hai pensato due volte a far uscire una serie di pezzi ingiuriosi sui matrimoni fra parenti stretti. Invece no, caro signor Celal, non l'ho sposata perch non ho mai avuto occasione di conoscere un'altra ragazza, n perch avessi paura delle donne con cui non ho alcun rapporto di parentela, e nemmeno perch mi fosse impossibile pensare che nessuna donna avrebbe mai potuto amarmi con sincerit, o comunque sopportarmi con pazienza, all'infuori di mia madre, le mie zie e le loro figlie; questa donna l'ho sposata perch l'amavo. Puoi immaginarti come possa essere amare una ragazza che  la tua compagna di giochi fin dall'infanzia ? Come possa essere amare una donna sola in tutta la vita? Io ho amato per cinquant'anni questa donna che ora sta piangendo per te. L'amo dall'infanzia, capisci? E l'amo ancora. Hai idea di che cosa significhi l'amore? Guardare con nostalgia una persona che ti completa come la consapevolezza che abbiamo del nostro corpo in un sogno ? Hai idea di cosa sia l'amore ? Queste parole ti sono mai servite per qualcos'altro che non siano gli scellerati giochi di prestigio lettera-ri che crei a beneficio dei tuoi lettori fuori di testa, pronti ad abboccare alle tue favole ? Mi fai pena. Ti disprezzo. Mi spiace per te. Che cos'hai combinato per tutta la vita, oltre a stravolgere frasi e a fare pasticci con le parole ? Dimmelo !
- Caro amico, - rispose Galip, - questo  il mio mestiere.
- Il tuo mestiere! - esplose la voce all'altro capo del filo.
- Ci hai sedotti, ingannati, umiliati, tutti quanti! Che fiducia avevo in te, com'ero d'accordo con gli altisonanti testi con cui intendevi dimostrare come tutta la mia esistenza non fosse altro che una sequela di sciocchezze e illusioni, un inferno di incubi, un capolavoro di mediocrit basato su spregevolezze, meschinit e volgarit. Anzi, invece di rendermi conto che venivo deriso e disprezzato, me ne andavo orgoglioso di aver conosciuto un uomo di idee tanto eccelse e penna tante prodigiosa, di aver parlato con lui e di aver partecipato insieme a lui al golpe militare la cui navicella  affondata nel momento stesso in cui ha preso il mare. Schifoso bastardo, ti ammiravo cos tanto che quando hai indicato non solo la mia vilt come responsabile di tutta la miseria della mia vita ma anche quella del nostro paese, sono giunto a domandarmi con dolore perch fossi cos vigliacco, per quale errore mi fossi abituato a questa mia codardia, e consideravo te come un monumento di coraggio, proprio te, che adesso so essere molte pi vile di me. Ti adoravo al punto da leggere tutte le tue rubriche, una dopo l'altra, persine quelle in cui scrivevi di ricordi giovanili identici a quelli di tutti, anche se tu non lo sapevi, perch degli altri non ti importa nulla. Ho letto gli articoli dove parlavi dell'odore di cipolle che si sentiva nella tromba delle scale buie della casa dove sei cresciuto; quella sui tuoi sogni a base di fantasmi e streghe, nonch su tutte quelle idiozie dei tuoi esperimenti metafisici; e non le legge vo soltanto io centinaia di volte, per provare a individuare i possibile miracolo nascosto dentro di esse, no, le facevo leggere pure a mia moglie e poi, dopo averne discusso per ore con lei, di sera, decidevo che l'unica cosa degna in cui crede re era il loro significato segreto che mi convincevo di aver capito, mentre adesso viene fuori che non esisteva.
-  Non ho mai preteso di suscitare un'ammirazione de genere! - azzard Galip.
- Bugiardo ! Hai passato tutta la tua carriera letteraria ; tentare di darla a bere a gente come me ! Rispondevi alle lettere, chiedevi fotografie, studiavi la calligrafia, fingevi di svelare segreti, frasi, parole magiche...
- Lo facevo per il bene della rivoluzione, il Giorno del Giudizio, l'avvento del Messia, l'ora della liberazione...
- E poi ? Quando ci hai rinunciato ?
- Be', se non altro il pubblico dei lettori ha potuto crede- J re in qualcosa.
- Credevano in te, e tu ci provavi un gusto matto... Senti, ti ammiravo cos tanto che quando leggevo un tuo testo particolarmente brillante iniziavo a saltare sulla poltrona e gli occhi mi si riempivano di lacrime; non riuscivo a stare fermo e dovevo mettermi a camminare avanti e indietro per la stanza, quando non scendevo addirittura per strada, sognandoti. E non  tutto; pensavo talmente a te che a un certo momento la distinzione fra le nostre due persone pareva scomparire nella nebbia e nel fumo della mia fantasia. No, non sono mai arrivato al punto di ritenermi io l'autore di quei pezzi. Ricordati, non sono un malato di mente, sono soltanto un tuo lettore fedele. Ma in qualche strano modo, troppo complesso da spiegare cos su due piedi, mi sembrava di partecipare alla creazione delle tue frasi intelligenti, delle tue acute invenzioni e idee. Che se non fosse stato per me non
ti sarebbero mai venute. No, non fraintendermi. Non sto parlando della roba che succhiavi da me, che mi rubavi senza mai preoccuparti di chiedere il permesso. Non sto parlando di tutto ci che mi ha ispirato l'hurufismo, n delle scoperte contenute nell'ultima parte del mio libro, che ho fatto tanta fatica a pubblicare. Era comunque roba tua. Sto solo J tentando di spiegare la sensazione di aver pensato insieme a te le stesse cose, di avere avuto la mia parte nel tuo successo. Capisci cosa sto dicendo?
-  S, capisco, - rispose Galip. - Avevo scritto anch'io qualcosa in quel senso.
-  S, nel famoso pezzo ripubblicato per errore, ma non J hai compreso veramente quello che intendo; altrimenti avresti subito risposto a tono. Ecco perch ti ammazzo: proprio per questo ! Perch facevi finta di capire, mentre non avevi mai capito nulla, perch hai osato insinuarti nelle nostre anime e comparire nei nostri sogni, di notte, anche se non hai mai frequentato nessuno di noi. Per tutti gli anni in cui ho letto le tue opere come se le divorassi, sicuro di avervi una parte pure io, ho cercato di ricordare che in momenti pi felici, quando eravamo intimi, avevamo parlato, o avremmo
potuto parlare di qualcosa di simile, o arrivare a una conclusione del genere. Ero talmente preso a pensarlo e a sognarti che ogni volta che mi capitava di incrociare un tuo ammiratore, le lodi sperticate che ti rivolgeva sembravano in parte dirette a me; mi pareva di essere famoso come te. Le voci sulla tua misteriosa vita segreta sembravano dimostrare che non ero un individuo qualunque ma una persona parzialmente toccata dal tuo influsso divino, una figura leggendaria come te. Mi facevo prendere dall'entusiasmo; nel tuo nome diventavo un'altra persona. Durante i primi anni, se mi succedeva di sentire un paio di turchi che discutevano di qualcosa che avevi pubblicato sul giornale, su questo o quel traghetto delle Linee marittime, mi veniva voglia di urlare con tutte le mie forze: Celal Salik lo conosco, e molto bene anche, e di rivelare qualche nostro segreto comune, beandomi della loro sorpresa e ammirazione. Negli anni successivi questo impulso  diventato persine pi forte; se mi capitava di imbattermi in un paio di persone che ti leggevano o parlavano di te, mi veniva subito voglia di annunciare: Signori, siete vicinissimi a Celal Salik, anzi, sono io Celal Salik!  Un'idea cos inebriante e travolgente che ogni volta che pensavo di dirlo il cuore iniziava a martellarmi in petto, la fronte mi si imperlava di sudore e rischiavo di svenire figurandomi la venerazione dipinta sui volti di queste persone allibite. Il motivo per cui non l'ho mai gridato, trionfalmente e gioiosamente, non  stato perch lo reputassi un gesto sciocco o eccessivo, ma perch mi bastava che mi fosse lampeggiato nella testa. Capisci cosa sto dicendo?
-  S, capisco.
-  Leggerti mi mandava in fibrillazione; mi sentivo intelligente come te. Il pubblico non acclamava soltanto te ma anche me, ne ero convinto. Eravamo tu e io, lontani dalla massa. Ti comprendevo fin troppo bene. Come te, ormai non sopportavo pi queste masse che andavano al cinema, allo stadio, a fiere e festival. Tu eri sicuro che non avrebbero mai concluso niente, sempre soggette com'erano alle medesime sciocchezze, raggirate dalle stesse favole; non erano soltanto vittime, nei momenti pi dolorosi e melensi di pena e bisogno in cui sembravano al culmine dell'innocenza, ma anche colpevoli, o perlomeno complici. Non ne potevo pi dei loro fasulli salvatori, dell'ultimo primo ministro e delle sue ultime scemenze, dei loro colpi di stato militari, della loro democrazia, della loro tortura, dei loro film. Ed era per questo che ti adoravo. Lo pensavo, al colmo dell'eccitazione, ogni volta che terminavo di leggere un tuo pezzo inedito, in preda a uno stimolo completamente nuovo, gli occhi pieni di lacrime:  per questo che adoro Celal Salile! Fino a ieri, che ero ancora l a cantare come un usignolo per dimostrarti che ricordo tutti i tuoi vecchi pezzi uno per uno, avresti mai pensato di avere un lettore come me ?
- Forse s, pi o meno...
- Allora sta' a sentire... In un punto lontano della mia misera vita, in un momento ordinario e banale di questo nostro ignobile mondo in cui un mio dito  rimasto schiacciato da una portiera di dolmus sbattutaci sopra da un cafone, o in cui ero costretto a sopportare le fanfaronate di un imbecille mentre stavo tentando di procurarmi i documenti necessari per ottenere un piccolo aumento di pensione - nel bel mezzo della mia povert, voglio dire -, capitava che d'un tratto mi balenasse in testa questo pensiero, a cui mi aggrappavo come a un salvagente: Che cosa farebbe Celal Salik in questa situazione ? Che cosa direbbe ? Chiss se mi sto comportando come farebbe lui... Negli ultimi vent'anni questa domanda  diventata una sorta di malattia. Quando mi mettevo in cerchio per ballare Vhalay con gli altri ospiti, tanto per essere cortese, alle nozze di un parente, o mentre stavo ridendo di gusto per aver vinto un giro di ramino nel caff del quartiere dove vado ad ammazzare il tempo giocando a carte, all'improvviso succedeva che mi venisse in mente: Celal Salik si comporterebbe cos? Ed era sufficiente a rovinarmi la serata. Ho passato tutta la vita a chiedermi: Che cosa farebbe Celal Salik in questo momento? Che cosa star facendo Celal Salik in questo momento ? Che cosa star pensando Celal Salik in questo momento ? Fosse tutto qui, andrebbe bene. Macch. Come se non bastasse, mi balenava in testa un'altra domanda: Che cosa penser di me Celal Salik ? E se consideravo che di sicuro non ti ricordavi neppure di me, e tantomeno pensavi a me, che non ti passavo neanche per la testa, la questione
assumeva un'altra forma: Che cosa penserebbe di me Cela. Salik se mi vedesse in questo momento ? Che cos'avrebbe detto Celal Salik se mi avesse visto cos, in pigiama, appena terminata la prima colazione, l a fumare ? Che cos'avrebbe pensato se mi avesse visto fare una ramanzina al balordo che ave va infastidito la donna sposata, in minigonna, seduta accanto a lui sul battello ? Che idea si sarebbe fatto se avesse sapute che ritagliavo tutte le sue rubriche per archiviarle in un raccoglitore onka ? Che cosa avrebbe detto se fosse venuto a conoscenza di tutti i miei pensieri su di lui e sulla vita ?
- Carissimo lettore e amico, - replic Galip, - perch in tutti questi anni non sei mai venuto a cercarmi ?
- Credi forse che non ci abbia pensato ? Avevo paura. Non equivocare. Non era che temessi di essere frainteso, di non riuscire a trattenermi dall'essere servile, dall'adularti come se le tue frasi pi insignificanti fossero espressioni prodigiose dal mettermi a ridere nel momento sbagliato, sicuro che fosse la reazione che ti aspettavi da me. Sono andato ben oltre : possibili scenari che mi ero immaginato un migliaio di volte
- Mi sembri pi intelligente di quanto possano suggerire questi scenari, - replic lui affettuosamente.
- Avevo paura che, una volta che ci fossimo incontrati  io avessi espresso in piena sincerit tutte quelle frasi di piaggeria e adulazione cui ho appena accennato, non avremmo avuto pi nulla da dirci.
- Senti, per in realt le cose non sono andate affatto in questo modo, - ribatt lui. - Come vedi, chiacchieriamo molto bene e con garbo.
Ci fu un attimo di silenzio.
- Ti ammazzo, - riattacc la voce. - Ti ammazzo! Per colpa tua non sono mai potuto essere me stesso.
-  impossibile esserlo.
- L'hai scritto un mucchio di volte, ma non l'hai mai avvertito come lo avverto io, non puoi averlo capito come me.. Quello che chiami mistero  il fatto che tu sai senza comprendere, che scrivi la verit senza conoscerla. E una verit che nessuno potrebbe mai scoprire senza essere tutt'uno con se stesso. Ma, se la scopre, vuoi dire che non  riuscito a diventare se stesso. Capisci il paradosso?
- Sono io e al tempo stesso un altro, - disse Galip.
-  No, non lo dici convinto, con tutto il cuore, - ribatt l'uomo all'altro capo del filo. -  per questo che devi morire. Proprio come succede con quello che scrivi, convinci senza essere convinto, riesci a far credere gli altri perch tu non credi affatto. Ma le persone che hai ingannato vengono ghermite dal terrore non appena comprendono che tu, appunto, sai convincere ma non hai alcuna convinzione.
- Terrore di che cosa ?
-  Di quello che tu chiami mistero. Non capisci? Ho paura di questa ambiguit, del gioco di quella falsit chiamata scrittura, dei volti bui delle lettere. Leggendoti, in tutti questi anni, mi pareva di essere alla scrivania o nella mia poltrona, appunto a leggere, e al tempo stesso in un luogo completamente diverso, vicino all'autore che narrava le sue storie. Hai un'idea di cosa significa essere ingannato da chi non crede ? Sapere che coloro che ti hanno convinto non sono affatto convinti ? Non mi lamento del fatto che  colpa tua se non sono mai riuscito a essere me stesso. La mia misera vita infelice ne  stata arricchita; sono diventato te, sfuggendo cos al tedio della mia fastidiosa inanit, ma non sono affatto sicuro di che cosa sia quell'entit fatata che definisco te. Io non so: so senza sapere di saperlo. Si pu chiamarla conoscenza? Evidentemente sapevo dov'era sparita la donna che  mia moglie da trent'anni dopo avermi lasciato sul tavolo da pranzo una lettera d'addio che non spiegava nulla, ma non sapevo di saperlo. E stato perch non sapevo che ho rastrellato palmo a palmo l'intera citt, in cerca non gi di te ma di lei. Ma mentre cercavo lei, senza saperlo, cercavo anche te, dal momento che ho sempre avuto in testa questo terribile pensiero, fin dal primo giorno in cui ho provato a risolvere l'enigma di Istanbul battendola strada dopo strada: Che cosa direbbe Celal Salile se sapesse che all'improvviso mia moglie mi ha abbandonato? Ero giunto a considerare la situazione uno sviluppo imprevisto ma carico di significati, tipico di Celal Salik. Avrei voluto raccontarti tutto. Ero sicuro che fosse l'argomento perfetto da discutere con te, quell'argomento di cui ero alla ricerca da anni senza mai essere riuscito a scoprirlo. Ero talmente preso da questo entusiasmo
che ho trovato per la prima volta il coraggio di tentare di mettermi in contatto con te; ma non riuscivo a trovarti: eri spa rito. Lo sapevo senza saperlo. Avevo diversi tuoi numeri d telefono, che mi ero procurato nell'eventualit di poterti finalmente telefonare, un giorno o l'altro. Li ho provati tutti niente. Ho telefonato ai tuoi parenti, alla zia che ti  cos affezionata, alla matrigna che ti adora, a tuo padre, che non si tenere a freno l'affetto che prova per te, a tuo zio; si sono dichiarati tutti preoccupati per te, ma tu non eri con loro. M: sono recato alla redazione del Milliyet, e non eri neanche li. C'era altra gente che ti cercava, al giornale; tuo cugino, ac esempio, il marito di tua sorella, Galip, che desidera combinarti un'intervista con certa gente della Tv britannica. L'ho seguito, d'impulso, convinto che questo sognatore, questi sorta di sonnambulo, potesse sapere dove si nascondeva Celal Non soltanto lo sa, mi dicevo, ma sa anche di saperlo. L'ho seguito come un'ombra per tutta Istanbul. Lui davanti e indietro, a distanza, abbiamo percorso le strade, siamo entrati in palazzi di pietra, vecchie botteghe, gallerie pedonali tutte vetri, cinema sporchi, abbiamo girato tutto il Gran Bazar siamo giunti fino in certi quartieri desolati senza marciapiedi, abbiamo attraversato ponti, anfratti scuri, quartieri poco noti, tra polvere, fango e sporcizia. Non arrivavamo di nessuna parte ma continuavamo lo stesso a girare. Camminavamo come se conoscessimo tutta Istanbul ma non ne conoscevamo nessuna parte. L'ho perso, l'ho ritrovato e l'ho riperso, l'ho trovato di nuovo e di nuovo l'ho perso. Una volta, dopo che l'avevo perso,  stato lui a ritrovarmi in une squallido night. Seduti attorno a un tavolo, ciascuno di no: ha raccontato una storia. Mi piace raccontare le storie, anche se non trovo mai un pubblico. Invece questa volta m prestavano ascolto. Arrivato a met, mentre gli sguardi inquieti e curiosi degli astanti cercavano di leggermi in faccia il finale, io, timoroso come sempre che la mia espressione le svelasse, mentre facevo la spola tra il racconto e questi pensieri, d'un tratto mi sono reso conto che mia moglie era fuggita da te. Avrei dovuto saperlo che sarebbe andata da Celal ho pensato. Cio, lo sapevo, ma non sapevo di saperlo. Cic a cui anelavo doveva essere proprio questo stato d'animo
Avevo finalmente avuto il coraggio di superare una porta della mia psiche che dava accesso a un nuovo mondo. Per la prima volta dopo tanti anni ero riuscito a essere contemporaneamente un altro e me stesso, come desideravo da sempre. Da un lato avevo voglia di raccontare una frottola tipo: Questa storia l'ho ricavata da una rubrica del giornale; d'altro canto, per, mi sentivo finalmente cullato dalla pace che auspicavo da anni. Questa maledetta pace era simile a quel sentimento che provavo, con terrore, quando leggevo le tue rubriche per cercare di scoprire dove avrei potuto trovarti, oppure quando giravo tutta Istanbul strada per strada, in una giungla di marciapiedi e di ingressi fangosi di botteghe, tra le sofferenze dipinte sui volti dei nostri compatrioti. Ma intanto avevo terminato la mia storia e scoperto dov'era andata a finire mia moglie. Anzi, mentre ascoltavo gli aneddoti narrati dal cameriere, dal fotografo e dallo scrittore alto avevo anche previsto l'orribile conclusione che ho appena menzionato: ero stato imbrogliato, ero stato ingannato per tutta la vita! Mio Dio! Mio Dio! Queste parole ti dicono qualcosa?
-S.
- Allora sta' a sentire. Ho deciso che la verit dietro a cui ci hai fatto correre per tutti questi anni, chiamandola mistero, la verit che sapevi senza saperla e scrivevi senza comprenderla,  la seguente: in questo paese nessuno pu mai essere se stesso ! In questa terra di frustrati e sventurati, essere significa essere un altro. Sono un altro, quindi sono. Benissimo, ma se per caso quello con cui desidero scambiarmi di posto  a sua volta un altro ?  per questo che affermo di essere stato imbrogliato e ingannato. Colui che leggevo con tanta fiducia non poteva aver rubato la moglie a chi lo venerava. Avrei voluto mettermi a urlare davanti alle puttane, ai camerieri, ai fotografi e ai mariti traditi seduti attorno a quel tavolo a raccontare storie, dire: Ehi, perdenti! Disgraziati! Maledetti! Sventurati! Gentucola! Non abbiate paura: nessuno  se stesso, assolutamente nessuno! Nemmeno i re, i privilegiati, i sultani, le star, i personaggi ricchi e famosi con cui vorreste scambiarvi di posto. Liberatevi di loro !  in loro assenza che scoprirete la realt della storia che vi stanno raccontando come se vi rivelassero un segreto.
Ammazzateli! Fondatelo voi, il vostro segreto, scopritevelo da voi!  Capisci ci che dico? Io ti uccider non per quei sentimenti animaleschi e vendicativi che ha la maggior parte dei mariti traditi, ma perch non voglio essere trascinato d te nel nuovo mondo. Allora tutta Istanbul, tutte le lettere, : segni e i volti su cui hai insistito nei tuoi scritti riconquisteranno il loro autentico mistero. Hanno sparato a Celal Salile! , scriveranno i giornali. Omicidio misterioso. Un omicidio che non verr mai risolto. Il significato ambiguo del nostro mondo andr forse completamente perduto e, prima de. Giorno del Giudizio di cui parli sempre, prima che arrivi in citt il Messia, vi sar un periodo di anarchia a Istanbul; me per me e per tanti altri sar la riscoperta del mistero perduto: cio, nessuno sar in grado di risolvere il mistero che si nasconde dietro questo fatto. Che cosa potrebbe essere se non la riscoperta di quel mistero che conosci fin troppo bene ? Lo stesso di cui parlo nel modesto libro che sono riuscito a far pubblicare con il tuo aiuto.
- Non succederebbe affatto cosi, - replic Galip. - Procedi pure, commetti il pi misterioso degli omicidi, ma qul li l, i privilegiati e gli sventurati, gli stupidi e i dimenticati faranno a gara per elaborare una storia in cui si dimostri che non  in ballo nessunissimo mistero. E questa versione manipolata, a cui crederanno pi che in fretta, trasformer l mia morte in una notizia ordinaria di cronaca sull'esito di un banale complotto. Prima ancora che si concluda il mio funerale avranno gi stabilito tutti quanti che la mia morte  stata provocata da una congiura contro la nostra sicurezza nazionale, oppure da una storiaccia d'amore e gelosia durata decenni. Finiranno con il dire che l'assassino  una pedina in mano ai trafficanti di droga o uno degli organizzatori de. colpo di stato, a sua volta istigato dall'ordine naksibendi e da un gruppo di ruffiani politicizzati; che il terribile fatto  stato ideato dai nipoti dell'ultimo sultano deposto o da certi famigerati sovversivi che bruciano le bandiere; un pastrocchio messo assieme da nemici della Repubblica e della democrazia o da gente che sta preparando l'ultima crociata! Il cadavere del rubricista viene misteriosamente rinvenuto in uni discarica di Istanbul, tra bucce di verdura e carcasse di cani oppure su un marciapiede fangoso tra i biglietti della lotteria gettati per terra... Altrimenti, come si fa a informare questi miserabili che l'enigma continua a vagare fra noi sotto mentite spoglie ? Sepolto nel profondo del nostro passato, fra i sedimenti dei nostri ricordi, smarrito tra parole e frasi, sull'orlo di un baratro il cui nome  oblio. E che questo enigma bisogna svelarlo? Lo dico in base all'esperienza di trent'an-ni di scrittura, - prosegu. - La gente non ricorda nulla, non una sola cosa. Inoltre, non  affatto sicuro che tu possa trovarmi e portare a compimento la tua impresa in quattro e quattr'otto. Al massimo riuscirai a colpirmi in un punto non letale e a ferirmi invano. E perdipi, mentre ti conciano per le feste al posto di polizia - speriamo che non ti torturino -, io diventer l'eroe che tu non volevi affatto diventassi, e mi toccher ascoltare le sciocchezze del primo ministro venuto apposta a rendermi visita. Sta' tranquillo: non ne vale la pena. Nessuno ha pi alcuna voglia di credere che al di l del visibile ci sia un segreto inaccessibile.
- Chi mi dimostra che tutta la mia vita non  un imbroglio, un brutto scherzo ?
- Io! - rispose Galip. - Senti...
- Bishnov, - ribatt l'altro. - No, non ci sto.
- Credimi, ci sono cascato anch'io.
-  Eh gi, ti credo! - grid Mehmet con veemenza. - Ti credo per salvare il senso della mia vita, ma che dire degli apprendisti trapuntai che tentano di decifrare il significato perduto della loro esistenza in base ai codici che hai cacciato loro in mano ? E delle vergini sognanti che, mentre si immaginano i mobili, gli spremiagrumi, le lampade a forma di pesce e la biancheria con i pizzi che utilizzeranno nei giorni paradisiaci come da te promesso, attendono invano il fidanzato, che non solo non torner mai dalla Germania ma nemmeno inviter l'amata a raggiungerlo? E che cosa ne sar dei bigliettai di autobus in pensione che, basandosi sul procedimento appreso dalle tue rubriche, sono riusciti a scorgere nel proprio volto le planimetrie dell'appartamento che avranno in paradiso ? E gli agrimensori, gli esattori del gas, i venditori di ciambelle, i mendicanti (lo vedi che non posso liberarmi delle tue parole?) che, ispirati dal valore numerico delle
lettere cos come viene illustrato nei tuoi articoli, calcolano il giorno dell'avvento sulle strade lastricate di quel Messia destinato a salvare tutti noi e questo misero paese ? E i nostri mercanti, come quello di Kars, e i tuoi lettori, i tuoi poveri lettori che, grazie a te, hanno scoperto come l'uccello mitico cui anelano sono in realt loro stessi ?
-  Lascia perdere, - replic lui, nel timore che la voce telefonica potesse dilungarsi in un ennesimo elenco. - Lasciali perdere, lascia perdere tutto, non pensarci pi. Pensa invece agli ultimi sultani ottomani, che andavano in giro travestiti. Pensa ai metodi tradizionali dei malavitosi di Beyoglu, che normalmente torturano le loro vittime prima di ammazzarle, casomai avessero nascosto un po' d'oro o un segreto da qualche parte. Pensa ai motivi per cui i ritoccatori dipingono sempre il cielo di un blu di Prussia (o le nostre terre colo: ocra le rendono di un colore uguale a quello dei prati inglesi) sulle foto in bianco e nero raffiguranti moschee, danzatrici, ponti, reginette di bellezza e calciatori, che vengono ritagliate da riviste come Vita, La voce, La posta, Sette giorni, Il ventaglio, Lafata, Rassegna, Settimana e che si vedono attaccate alle pareti delle botteghe di barbieri da quattro soldi. Pensa a tutti i vocabolari turchi in cui devi andare a scavare per trovare le centinaia di migliaia di parole necessarie per descrivere le migliaia di odori che esistono, le loro origini e le decine di migliaia di loro miscele che inondano le trombe buie e strette delle nostre scale.
- Bastardo di uno scrittore!
- Pensa all'oscuro motivo per cui la prima nave a vapore acquistata dai turchi in Inghilterra si chiamava Swift. AL la mania di ordine e simmetria del calligrafo mancino che appassionato di lettura dei fondi del caff, ha ricreato quel li delle migliaia di tazze bevute in tutta la sua vita (accompagnati dalla loro descrizione nella sua bella scrittura), regalandoci in tal modo una rappresentazione pittorica del suo de stino sotto forma di un capolavoro di trecento pagine.
- Questa volta non mi incanti pi.
- Pensa a quando tutti i pozzi scavati nei giardini della citt nel corso di centinaia di migliaia di anni sono stati riempiti d cemento e pietra per erigere le fondamenta dei palazzi, agli
scorpioni, alle rane, alle cavallette, alle splendide monete d'oro di ogni tipo, della Licia, della Frigia, romane, bizantine e ottomane, oltre a rubini, diamanti, croci, dipinti figurativi e icone proibite, libri e lettere, mappe di tesori sepolti e teschi di morti ammazzati i cui assassini rimarranno sconosciuti...
- Tiri fuori di nuovo Semsi Tebrizi gettato nel pozzo?
-  ... al cemento armato, ai ferri che fanno da sostegno, a tutte le case, alle porte, agli anziani portinai, ai parquet i cui interstizi diventano neri come unghie sporche, alle madri in miseria, ai padri arrabbiati, agli sportelli di armadio che non ne vogliono sapere di stare chiusi, alle sorelle, alle sorellastre...
- Giochi a fare Semsi Tebrizi ? O il Dadjdjal ? O il Messia ?
-  ... al cugino che ha sposato la sorellastra, all'ascensore idraulico e, nell'ascensore, allo specchio...
- Si, s,  tutta roba che hai gi scritto.
-  ... agli angoli segreti che i bambini scoprono per giocare, alle trapunte messe da parte per il corredo, alla stoffa di seta che il nonno ha acquistato da un mercante cinese quando era il governatore di Damasco e che nessuno  mai riuscito a decidersi a usare...
- Mi stai buttando un'esca, non  cos?
-  ...pensa a tutto il mistero della nostra vita. All'affila-tissimo rasoio, detto cifra, che gli antichi boia utilizzavano per decapitare i cadaveri delle loro vittime in modo da esibire la testa su un piedistallo come deterrente. Alla saggezza del colonnello in pensione che ha rinominato i pezzi degli scacchi secondo una grande famiglia turca, chiamando il re madre, la regina padre, l'alfiere zio, il cavallo zia e i pedoni non bambini ma sciacalli.
- Lo sai che, da quando ci hai traditi, nonostante tutti gli anni che sono trascorsi, ti ho visto una sola volta per strada ? S, dovevi proprio essere tu, mascherato da Mehmet il Conquistatore, con uno strano costume hurufi.                               '
- Pensa all'imperturbabile serenit dell'uomo che in una serata tranquilla si siede al tavolino a risolvere gli enigmi contenuti nei Divan poetici e nei cruciverba dei giornali. Che tutto ci che c' nella stanza, a parte le riviste e le lettere illuminate dalla lampada da tavolo, resta immerso nel buio: portacenere, tende, orologi, tempo, ricordi, afflizione, dolore, inganno, rabbia, frustrazione... eh s, le nostre frustrazioni! Che il senso di liberazione dalla forza di gravita che si prova nell'enigmatico vuoto creato dalle definizioni verticali e orizzontali di un cruciverba pu essere paragonato soltanto all'implacabile fascino di aggirarsi per la citt in incognito.
- Senti un po', amico, - esclam la voce all'altro capo de] filo, assumendo un tono di sicumera che lo stup, - per ora lasciamo perdere fascinazioni e giochi, e pure le lettere e i loro gemelli;  roba ormai superata, siamo andati oltre. S, che tentato di provocarti, ma non ce l'ho fatta. Lo sapevi gi, ma permettimi di dirtelo chiaro e tondo. Non solo sull'elenco il tuo nome non compare, ma non c' mai nemmeno stato un golpe militare, n uno specifico dossier. Ti vogliamo bene, pensiamo continuamente a te, siamo entrambi tuoi ammiratori, due veri sostenitori. La nostra vita ti  sempre stata consacrata, e lo sar sempre. Adesso dimentichiamoci il passato. Questa sera Emine e io potremmo venire a trovarti. Fingeremo che non sia successo nulla; chiacchiereremo come se niente fosse. Puoi andare avanti per ore, come adesso. Di' d: s, per favore. Fidati di noi, far tutto ci che vuoi, ti porter tutto quello che vuoi !
Lui ci pens su per un bel po'. Poi rispose: - Sentiamo questi miei numeri di telefono e indirizzi.
-  S, certo, ma non riuscir di sicuro a cancellarmeli dal la testa.
- Forza, dimmeli.
L'uomo and a prendere l'agenda, e del telefono si impadron la moglie.
-  Fidati di lui, - bisbigli. - Questa volta  veramente pentito, ed  sincero. Ti vuole un grandissimo bene. Avevi intenzione di compiere un gesto folle, ma ora ha rinunciato. Dar tutta la colpa a me, non se la prender con te,  un codardo, te lo assicuro. Grazie a Dio che ha sistemato tutto. Questa sera mi metto la gonna azzurra a scacchi che t piaceva tanto. Tesoro, faremo tutto ci che vuoi, entrambi! Lasciati dire una cosa, per: lui non solo tenta di emular ti con il costume hurufi di Mehmet il Conquistatore ma sta anche cercando di leggere le lettere sui volti di tutti i tuoi parenti... - E dopo queste parole si zitt, mentre si avvicinavano i passi del marito.
Quando all'apparecchio torn lui, Galip inizi a prender nota dei numeri di telefono e degli indirizzi, facendoseli ripetere pi volte dalla voce all'altro capo del filo, nell'ultima pagina di un libro (Les Caractres di La Bruyre) tolto dallo scaffale che aveva accanto. Intendeva dirgli che aveva cambiato idea e che non aveva voglia di vederli, che non aveva pi tanto tempo da perdere con i lettori ostinati. Ma poi decise di non farlo. Intanto per pensava ad altro. Molto tempo dopo, ripercorrendo tutto quello che era avvenuto quella sera, avrebbe detto: Credo che fossi curioso. Curioso di vedere quei due anche da lontano. E forse a spingermi era l'opportunit di raccontare a Celal e Rya, rintracciati proprio attraverso quei numeri di telefono e indirizzi, non solo questa vicenda incredibile e queste telefonate stupefacenti ma anche come fossero fatti questi marito e moglie, come camminavano, com'erano vestiti.
- Il mio indirizzo di casa non ve lo do, - disse. - Per potremmo incontrarci in un altro posto. Alle nove di questa sera, a Nisantasi, di fronte alla bottega di Aladdin, ad esempio.
La pur minima concessione fece un tale piacere ai due che la gratitudine manifestata all'altro capo del telefono lo mise a disagio. Il signor Celal preferiva che portassero una torta alle mandorle o un po' di dolci della pasticceria mr? Anche se, visto che si sarebbero messi comodi a fare una lunga chiacchierata, erano forse meglio un bel po' di noccioline e una grande bottiglia di cognac.
Quando il marito stancamente grid: Ti porto la mia collezione di foto, le istantanee e anche le foto delle ragazze delle superiori! , esplodendo in una risata orrenda, Galip si rese conto che fra lui e sua moglie doveva essere posata gi da un bel pezzo una bottiglia di cognac aperta. Dopo aver ripetuto entusiasti l'ora e il luogo dell'appuntamento, riagganciarono.
Capitolo quattordicesimo Dipinti misteriosi
La bisca pi grande, non soltanto di Istanbul e della Turchia ma di tutti i Balcani e il Medio Oriente, fu inaugurati all'inizio dell'estate del '52, per essere precisi il primo sabato di giugno, in uno dei vicoli malfamati del quartiere de: bordelli di Beyoglu che salgono verso il consolato britannico. La lieta occasione ebbe luogo in concomitanza con la conclusione di un pretenzioso concorso di pittura durato sei me si. Il celebre bandito di Beyoglu che gestiva il locale, un individuo che avrebbe finito col diventare leggendario pel essere scomparso con la sua Cadillac nelle acque del Bosforo, aveva stabilito di far dipingere una serie di vedute d: Istanbul sulle pareti del vasto atrio.
Non le aveva di sicuro commissionate per un'aspirazione a sostenere questo tipo di arte, rimasto terribilmente sottosviluppato nella nostra cultura a causa del bando imposte dall'Islam (la pittura, intendo dire, non la prostituzione) ma allo scopo di allietare i suoi spettabili clienti, attratti ir quel luogo di piacere da tutte le zone della citt e dell'Ana tolia, con qualche bella veduta di Istanbul unitamente allla musica, alle droghe, all'alcol e alle ragazze. Ricevuto un secco rifiuto da parte dei nostri pittori accademici, che orma accettano incarichi soltanto per gli edifici delle banche (sempre muniti di goniometri e triangoli in modo da potei rappresentare le gentili fanciulle dei nostri villaggi in forma di romboidi, scopiazzando l'arte cubista dell'Occidente), si era rivolto a quegli imbianchini, pittori di insegne di artigiani che decorano i soffitti dei palazzi di provincia, le pareti dei cinema all'aperto e i cassoni dei camion, i furgoni e i tendoni degli ingoiatori di serpenti. Dopo diversi mesi,
avendo gli unici due fattisi avanti dichiarato di essere i pi abili nel campo, il nostro bandito, seguendo l'esempio delle banche, aveva stanziato una grossa somma come premio i da destinare a quello dei due che avesse vinto il concorso I istituito l per l tra loro: La pili bella veduta di Istanbul. J Al primo venne affidata una parete dell'atrio, all'altro quella di fronte.
I due artisti, che sospettavano l'uno dell'altro, avevano J subito tirato fra loro una bella tenda divisoria. Centottanta I giorni pi tardi, la sera dell'inaugurazione del luogo di piacere, questo tendone, tutto toppe, era ancora al suo posto, fra sedie dorate in velluto scarlatto a coste, tappeti di Grdes candelabri d'argento, vasi di cristallo, ritratti di Atatiirk, sette vizi di porcellana e ripiani intarsiati di madreperla. Quando il boss del locale lo scost a beneficio della distinta folla, tra cui era presente in veste ufficiale anche il prefetto (il locale era pur sempre registrato sotto la denominazione di Circolo per la conservazione delle arti classiche turche), gli ospiti si trovarono dinanzi una splendida veduta della citt su una parete e su quella di fronte uno specchio che, alla luce dei candelabri d'argento, faceva apparire l'originale ancor pi delicato, pi fulgido, pi affascinante.
Naturalmente il premio and all'artista che aveva installato lo specchio. Ancora molti anni dopo, i clienti attratti nel*-le spire di quel luogo di vizio rimanevano cos colpiti dai due straordinari murali, provando varie forme di delizia davanti a ciascuno di essi, che restavano l a camminare avanti e indietro e a guardarli per ore, tentando di definire il mistero del piacere che sentivano.
Lo scheletrico, misero cane randagio che sulla prima parete occhieggiava una bancarella di prodotti alimentari, nel f riflesso dello specchio di fronte si tramutava in un animale malinconico ma astuto; per poi, girandosi di nuovo verso il dipinto originale, si aveva non solo una percezione esatta di tutta questa astuzia, che quindi doveva esserci anche in origine, ma anche una suggestione di movimento che suscitava ulteriori sospetti; attraversata ancora una volta la sala per averne conferma, si notavano alcuni singolari fremiti in grado di spiegare la natura di tale movimento, dopodich, ormai
del tutto straniti, si faticava a non tornare di corsa a controllare il dipinto originale.
Una volta, un cliente non pi giovane e piuttosto ansioso aveva notato che la fontana asciutta del dipinto, situata nella piazza su cui dava il vicolo presidiato dal cane, nello specchio buttava allegramente acqua. Tornato davanti all'originale, infastidito come un vecchio rimbambito e distratto a cui all'improvviso sia venuto in mente di aver lasciato aperto il rubinetto di casa, si rese conto che in realt la fontana era asciutta; al che, vista una seconda volta l'acqua scorrere ancora pi fluente nello specchio, tent di mettere a parte della sua scoperta le entraneuse del locale ma, scontratosi con la loro totale indifferenza perch erano ormai abituate ai giochi interminabili dello specchio, si ritir in una vita solitaria, le cui motivazioni non vennero rivelate e continuano tuttora a rimanere sconosciute.
In realt le donne che lavoravano nel locale non erano affatto indifferenti al fenomeno; le sere d'inverno in cui ammazzavano il tempo a raccontarsi a vicenda le solite vecchie favole, questi tiri mancini del dipinto e dello specchio li utilizzavano come una specie di divertente pietra di paragone sulla cui scorta valutare i clienti. C'erano quelli sempre di fretta, insensibili, inquieti, che non notavano affatto le misteriose differenze tra il dipinto e il suo riflesso. Uomini unicamente in grado di parlare dei loro problemi e di pretendere nella pi veloce delle maniere l'unica cosa che i maschi chiedono alle ragazze di bordello, tutte uguali ai loro occhi frettolosi. Altri invece si prestavano di buon grado al gioco del confronto tra il dipinto e il suo riflesso, ma non gliene importava nulla; erano gente che ne aveva viste ormai troppe per potersi emozionare di fronte ad alcunch, uomini senza paura ma capaci di incuterne molta. Ce n'erano infine altri che tormentavano le ragazze, i camerieri e persine i malavitosi con la loro ansia e che, quasi soffrissero di un bisogno ossessivo di simmetria, insistevano come bambini perch le discrepanze tra dipinto e specchio venissero eliminate al pi presto. Erano uomini taccagni e di vedute ristrette, incapaci di lasciarsi andare anche quando bevevano o facevano l'amore: la mania di mettere ordine ovunque li rendeva amanti mediocri e amici scadenti.
Qualche tempo dopo, quando i frequentatori del posto si erano ormai abituati a questo contrasto fra specchio e dipinto, il capo della polizia, che ripagava spesso il locale con la cortesia delle sue ali protettrici piuttosto che con la munificenza del suo portafoglio, si trov faccia a faccia nello specchio con un misterioso individuo calvo raffigurato in un vicolo buio con una pistola puntata: intu subito che doveva trattarsi del responsabile del famoso Omicidio di Sisli e, affermando che l'installatore dello specchio doveva essere a conoscenza dell'enigma che ancora avvolgeva l'evento, avvi un'indagine per scoprirne l'identit.
Un'altra volta, in una di quelle notti estive appiccicose di umidit in cui le luride acque di scarico che scorrono sui marciapiedi non riescono neppure a raggiungere i tombini sugli angoli tanto fanno in fretta a evaporare, il figlio di un latifondista (dopo aver lasciato la Mercedes paterna parcheggiata davanti a un segnale di divieto) vide nello specchio la figura di una solerte massaia che intrecciava un tappeto a casa sua, in un quartiere desolato, e decise che si trattava dell'amore di cui era alla ricerca da una vita; ma giratosi a guardare il dipinto, si trov dinanzi unicamente una di quelle tristi e insipide ragazze di cui i villaggi di suo padre erano pieni.
Secondo il boss, invece - destinato a saltare nel Bosforo con la sua Cadillac come uno stallone salta un ostacolo e l, nelle profondit dello stretto, scoprire il mondo nascosto dentro il mondo -, tutti gli equivoci, le coincidenze e i misteri di cui parlavano i clienti non erano per nulla scherzi del quadro o dello strano specchio; macch, erano gli stessi clienti, strafatti di droghe e raki e immersi in nuvole di infelicit e malinconia, a riscoprire con l'immaginazione un'epoca vecchia e felice: dopodich, con la gioia infantile di aver svelato il mistero di quel paradiso perduto, confondevano i rovelli della loro mente con la replica che ne avevano davanti agli occhi. Nonostante il suo tenace realismo, per, la domenica mattina il nostro incallito gangster lo si poteva veder giocare a scoprire le sette differenze tra i due quadri con i figli delle ragazze, maschietti e femminucce, in ansiosa attesa che le loro affaticate madri li portassero al cinema.
Ma in realt le differenze (cos come i significati nascosti
e le straordinarie trasformazioni) non erano affatto sette, bens infinite. Il panorama di Istanbul che si vedeva sulla prima parete, anche se ricordava le tecniche delle scenette raffigurate sui carretti a cavalli o nei disegni delle fiere, dal punto di vista spirituale evocava certe incisioni oscure e raccapriccianti, ed era ricco di dettagli quanto un affresco. Nello specchio di fronte, il grosso uccello che si scorgeva in volo in un angolo del dipinto pareva sbattere languidamente le ali come una creatura mitica; allo stesso modo, nello specchio, le facciate non intonacate di una serie di antiche case di legno raffigurate nel dipinto si tramutavano in altrettanti volti terrificanti; luna park e giostre diventavano ancora pi vivi e colorati, vecchi tram, carretti a cavalli, minareti, ponti, assassini, piccole pasticcerie, giardinetti, caff sulla riva, traghetti, iscrizioni, casse, ogni cosa si trasformava in un segno di un mondo del tutto diverso. Un libro nero, beffardamente cacciato dall'artista in mano a un mendicante cieco, nello specchio diventava un libro in due parti, con due significati e due vicende differenti; a guardarlo nel dipinto, invece, si capiva che era un fatto unico, non segnato da alcun mistero. La star cinematografica turca dalle labbra rosse, lo sguardo languido e le lunghe ciglia che il pittore aveva dipinto sulla parete con lo stesso stile dei suoi disegni da fiere, nello specchio si tramutava nella nostra icona nazionale di madre indigente ma dall'enorme seno; a gettare un'ulteriore occhiata alla prima parete, per, ti accorgevi con orrore e al tempo stesso con piacere che la figura materna non era affatto quella che sembrava ma al contrario tua moglie, la donna con cui da anni andavi a letto.
Ci che inquietava di pi i visitatori erano comunque i significati nuovi, i segnali strani, gli universi sconosciuti che comparivano nei volti riflessi nello specchio, gli stessi volt delle masse informi che si vedono sui ponti e per strada e che l'artista aveva ficcato ovunque. Guardando prima il dipinte e poi lo specchio, il cliente stranito notava magari che la faccia di un tale (un tipo dei pi comuni, una qualunque persona felice e diligente con un cappello di feltro in testa), una volta riflessa nello specchio brulicava di segni e lettere, e si tra sformava in una mappa, o nell'itinerario di una scomparsa
ad alcuni osservatori, a loro volta riflessi nello specchio nell'atto di passeggiare avanti e indietro fra le sedie di velluto, quei segnali davano l'impressione di essere frammenti di un segreto noto soltanto a un'elite. Lo sapevano tutti che quei personaggi - che peraltro il bordello trattava come pasci - non avrebbero avuto pace finch non avessero chia-rito il segreto di dipinto e specchio: pur di risolvere il mistero erano disposti ad affrontare viaggi, avventure e peripezie di ogni sorta.
Molti anni pi tardi, un bel po' dopo l'enigmatica scomparsa del boss nel Bosforo e il decadimento del locale, le ormai stagionate entraneuse, notata la faccia dolente del capo della polizia venuto a fare una visitina, si resero conto che una di queste anime in pena era proprio lui.
Era entrato l per esaminare lo specchio, si seppe, in vista di riaprire il caso del vecchio e famoso Omicidio di Sisli Pot per soltanto constatare che il colossale marchingegno era caduto a terra e andato in frantumi, una settimana prima, in seguito a una rissa scoppiata pi per noia che per una questione di donne o di soldi. Per cui, desolato in mezzo ai coc-ci, il commissario, ormai vicino alla pensione, non riusc n a individuare l'assassino n a scoprire il mistero dello specchio.





Capitolo quindicesimo.
Non il narratore, ma la storia.
Il mio modo di scrivere consiste piuttosto nel riflettere ad alta voce e seguire i miei umori che nel preoccuparmi troppo di chi mi stia ascoltando.
THOMAS DE QUINCEY.

Poco prima di prendere l'appuntamento di fronte alla bottega di Aladdin, la voce telefonica aveva dato a Galip sette numeri di telefono differenti. E lui era cos sicuro di trovare Celal e Ruya a uno di questi da riuscire addirittura ad avere dinanzi agli occhi le strade, le porte e l'appartamento dove si sarebbe riunito a loro. Sapeva che, non appena li avesse visti, avrebbe trovato del tutto logici e comprensibili i motivi per cui si nascondevano. Galip, - gli avrebbero certamente detto, - anche noi ti abbiamo cercato un sacco di volte, ma non eri n a casa n in ufficio. Al telefono non rispondeva nessuno. Dov'eri finito?
Galip si alz dalla poltrona dov'era seduto da ore, si tolse il pigiama di Celal, si lav, si fece la barba e si vest. Le lettere che vide sul proprio volto guardandosi allo specchio non gli sembrarono per n le estensioni di un oscuro complotto o di un gioco folle, n un'illusione ottica che potesse provocare incertezza sulla sua identit. Facevano anch'esse parte del mondo reale, cos come la rosea saponetta Lux reclamizzata da Silvana Mangano o la vecchia lametta di rasoio poggiata davanti allo specchio.
Nel consueto spazio di Celal, sulla copia del Milliyet che gli era stata infilata sotto la porta, lesse le proprie frasi come se fossero quelle di un'altra persona. Comparivano sotto la foto di Celal, quindi dovevano essere di Celal. Ma lui sapeva chi le aveva scritte. La situazione non gli sembrava affatto ambigua; al contrario, gli appariva come nient'altro che un'estensione di un universo perfettamente comprensibile. Si immagin Celal seduto in uno degli appartamenti di cui aveva gli indirizzi a leggere nella sua rubrica un pezzo scritto da un altro, ma cap che non lo avrebbe ritenuto un insulto personale o un imbroglio. Probabile che non si accorgesse nemmeno che non era uno dei suoi vecchi articoli.
Dopo aver mangiato un po' di pane, bottarga, lingua affettata e banana, per rafforzare ulteriormente i legami con il mondo reale volle mettere un po' d'ordine nelle sue attivit professionali lasciate in sospeso. Telefon a un collega con cui stava lavorando a diversi casi politici. Ma gli fu risposto che era stato convocato fuori citt. S, un certo caso procedeva a rilento, come al solito, ma di un altro era stato pronunciato il verdetto, e ai loro rappresentati era stata inflitta una condanna a sei anni per aver dato ospitalit ai fondatori di un'organizzazione clandestina comunista. Ricordatosi di averne letto sulle pagine di cronaca senza per stabilire il collegamento col suo lavoro, si secc, anche se non gli era affatto chiaro per quale motivo o nei confronti di chi. Telefon a casa sua, come se fosse la cosa pi ovvia del mondo. Se Rya alza la cornetta, pens, faccio uno scherzo pure a lei. Voleva mascherare la propria voce e dirle di essere uno che cercava Galip. Ma non ebbe risposta.
Chiam Iskender. Gli disse che stava per raggiungere Celal e gli chiese quanto tempo ancora sarebbe rimasta in citt la troupe televisiva britannica. - Fino a questa sera, - rispose Iskender. - Partono domattina presto per Londra -. Lui gli spieg che stava per rintracciare Celal, il quale desiderava assolutamente incontrarli per spiegare diverse cose; anche | per lui era importante questa intervista. - Allora sar bene che io li contatti per questa sera, - rispose Iskender. - Ci ten- | gono molto anche loro -. Lui gli spieg che - per il momento - sarebbe stato raggiungibile a questo numero e glielo i disse leggendolo sul telefono.
Fece il numero di zia Hle. Camuffando la voce, disse di | essere un lettore fedele e un ammiratore che voleva congratularsi con Celal per l'articolo odierno. Gli era venuto in mente che magari i suoi parenti, non avendo pi notizie sue o di Rya, si erano rivolti alla polizia. O forse, chiss, stavano aspettando tutti il loro ritorno dal viaggio a Izmir. O invece, magari, Rya era passata da loro e aveva chiarito tutto. Chiss se nel frattempo erano giunte notizie di Celal...
La coscienziosa risposta di zia Hle - Celal non era l, si rivolgesse per favore alla redazione - non gli forn nessun chiarimento. Alle due e venti si mise a telefonare, uno dopo l'altro, ai sette numeri che aveva annotato sull'ultima pagina di Les Caractres.
Quando ebbe finalmente scoperto che di questi il primo era quello di una famiglia che a lui non diceva nulla, il secondo di uno di quei tipici bambini chiacchieroni (tutti ne conosciamo almeno uno), il terzo di una signora anziana dalla voce brusca e stridula, il quarto di una bottega di kebab, il quinto di un astuto mediatore immobiliare che non manifest nessuna curiosit circa le persone prima di lui titolari di quel numero, il sesto di una sarta che gli spieg di averle da quarantanni e l'ultimo di due sposini rientrati tardi, erano ormai le sette di sera. Intanto, per, mentre era indaffarato col telefono, tra gli scaffali inferiori dell'armadio di olmo aveva scoperto una scatola piena di cartoline: vi avevi trovato dieci fotografie a cui in precedenza non aveva prestato alcuna attenzione.
Una Rya undicenne che guarda con espressione incurie sita un obiettivo probabilmente tra le mani di Celal, ripresi durante una gita sul Bosforo, al caff sotto il famoso platane a Emirgan, con lo zio Melih in giacca e cravatta, la bella zia Suzan, da giovane identica a Rya oggi, e uno strano perso naggio di contorno che era verosimilmente un amico di Celal o forse l'imam della moschea di Emirgan... Rya nell'abito con le spalline che portava l'estate dopo la seconda elementare, e Vasif che mostra l'acquario alla gatta di zia Hle, Carbonella, allora di due mesi, con la signora Esma che ride i occhi socchiusi a causa della sigaretta che ha tra le labbra ' intanto cerca di ripararsi dall'apparecchio fotografico raddrizzando il foulard, sebbene non sia per niente sicura di essere inquadrata... Rya che dorme come una bimba nel letti della nonna, le ginocchia strette al petto e la testa affondato nel cuscino, nella stessa posizione in cui lui l'ha vista sette giorni e undici ore prima, stanca dopo essersi rimpinzata i pranzo di famiglia della festa che conclude il Ramadan a ci; era arrivata del tutto inattesa un giorno d'inverno, complete mente sola, durante il primo anno del suo primo matrimonio (in quanto rivoluzionaria, a quei tempi non intratteneva molti rapporti con madre, zii e zie)... L'intera famiglia con il portinaio Ismail e sua moglie Kamer in posa davanti al Palazzo Cuor della Citt, lo sguardo fisso nell'obiettivo, mentre una Ruya con i nastri ai capelli, in grembo a Celal, guarda sul marciapiede un cane randagio che ormai doveva essere morto... Zia Suzan, la signora Esma e Ruya che assistono al passaggio di De Gaulle, di cui per nella foto si vede soltanto il muso dell'auto, tra la folla assiepata sui due lati di viale Tesvikiye, dal liceo femminile fino alla bottega di Aladdin... Rya seduta di fronte alla toeletta della madre, inondata di scatole di cipria, tubetti di crema Pertev, boccette di acqua di rose e colonia, atomizzatori di profumo, limette per unghie e forcine: avendo sporto la testa con i capelli corti tra i due specchi laterali, diventa tre, cinque, nove, diciassette, trentatre volte se stessa... Ruya quindicenne, in abito di cotone stampato senza maniche, ignara che qualcuno le stia scattando una foto, china su un giornale sopra cui piove il sole attraverso la finestra:  intenta a fare le parole crociate, con accanto una coppa di ceci tostati e sul viso un'espressione da cui lui intuisce preoccupato di essere escluso; si tira i capelli e mastica la gomma della matita... Ruya non pi di cinque mesi prima, visto che porta il ciondolo con il simbolo ittita del sole che lui le ha regalato per l'ultimo compleanno; ride felice esattamente nella sala dove lui sta camminando avanti e indietro da ore, seduta sulla poltrona dove in quel momento  seduto lui, vicino al telefono al quale lui ha appena finito di parlare... Ruya che fa il muso in un caff di campagna che lui non ricorda, rattristata per le continue liti dei genitori, che durante le gite diventavano ancor pi furibonde... Ruya che tenta di avere un'espressione gioiosa ma esibisce il sorriso triste e dolente che suo marito, osservando le foto, non  mai stato in grado di penetrare, sulla spiaggia di Kilyos dove si  recata l'anno del diploma delle superiori, il mare che si frange alle spalle e il bel braccio posato in atteggiamento di possesso sul manubrio di una bicicletta che invece non  affatto sua, con un bikini che lascia esposta la cicatrice dell'appendicectomia e i due nei, grossi come lenticchie, a met fra quel punto e l'ombelico, e l'ombra appena visibile della cassa toracica
sulla pelle di seta, con in mano una rivista di cui lui non riesce a distinguere il titolo non perch la foto sia sfocata ma a causa delle lacrime che gli riempiono gli occhi...
Piangeva immerso nel mistero. Come se si trovasse in un luogo che sapeva ma che non sapeva di sapere, sprofondato in un libro che aveva gi letto ma che continuava a piacergli perch non si ricordava di averlo letto. Era consapevole di aver gi provato quel senso di fatalit e privazione, ma al tempo stesso sapeva che si trattava di una pena talmente forte da poter essere sopportata una sola volta nella vita. Medit sul dolore dell'inganno patito, delle sue illusioni e della perdita subita, un dolore troppo specifico per potersi abbattere su un'altra persona, e intu che era il risultato di una trappola preparata contro di lui come in una partita a scacchi.
Non asciug le lacrime che cadevano sulle foto di Ruya; faticava a respirare con il naso e rimase immobile a sedere in poltrona. Nella stanza giungevano dalla piazza di Nisantasi i rumori del venerd sera: i motori affaticati degli autobus stracarichi, i clacson suonati a casaccio nel traffico intasato, i fischi del vigile nervoso all'angolo della strada, la marea delle canzoni popolari rovesciate dagli altoparlanti montati fuori dei negozi di dischi agli ingressi delle gallerie commerciali e il ronzio irrefrenabile della folla sui marciapiedi facevano vibrare non solo i vetri delle finestre ma anche, leggermen-te, gli oggetti della stanza. Puntata l'attenzione su quest'ultimo rumore, gli venne in mente che il mobilio e le cose avevano un loro mondo privato, che rimaneva estraneo all'ambiente quotidiano di tutti. Essere ingannato significa essere ingannato, si disse. E lo ripet tante di quelle volte che le parole si svuotarono di ogni peso e dolore, trasformandosi in lettere e suoni privi di senso.
Cominci a fantasticare. Non era l in quella stanza ma  casa, con Ruya, un venerd sera; mangiato un boccone da qualche parte sarebbero andati al cinema Konak. Dopodich avrebbero comprato la prima edizione notturna dei quo tidiani del mattino e sarebbero rientrati a casa con giornali e libri. Sogn un'altra storia, in cui un tale, con un volto d spettro, diceva: So da anni chi sei, e tu non mi riconosci nemmeno. Quando gli venne in mente chi fosse, si rese
conto che questo fantasma aveva continuato a tenerlo d'occhio per tutto quel tempo. Anzi, non lui ma Rya. Una volta l'aveva osservata di nascosto insieme a Celal e aveva avvertito un fremito sorprendente. Come se fossi morto e stessi guardando la vita che proseguiva sullo sfondo dopo la mia scomparsa. Si sedette alla scrivania di Celal e inizi subito a scrivere una rubrica che cominciava esattamente con quella frase e che firm Celal. Era convinto che qualcuno lo stesse osservando. Se non una persona, perlomeno un occhio. Il rumore della piazza di Nisantasi era pian piano sostituito dal clamore proveniente dai televisori dei palazzi attorno. Ud il segnale orario delle otto e si rese conto che sei milioni di persone che vivevano a Istanbul si erano riuniti tutti contemporaneamente al tavolo della sala da pranzo a guardare la Tv. Gli venne voglia di masturbarsi. Ma fu infastidito dalla presenza continua dell'occhio. Sentiva un tale desiderio di essere se stesso, e unicamente se stesso, da provare la tentazione di sfasciare tutta la roba della stanza e di ammazzare chi
lo aveva condotto a quella situazione. Stava valutando se era
il caso di strappare il telefono dalla presa per buttarlo fuori dalla finestra, quando il marchingegno si mise a suonare.
Era Iskender. Aveva parlato con la gente della televisione inglese, erano in grande agitazione e attendevano Celal quella sera al Pera Palas, in una stanza attrezzata per le registrazioni. L'aveva trovato?
- S, s, certo, - rispose, sorpreso dalla propria rabbia. - Celal  pronto. Ha alcune importanti rivelazioni da fare. Saremo al Pera Palas alle dieci.
Quando ebbe riagganciato si sent prendere da un'inquietudine a met tra la paura e la felicit, la calma e l'ansia, sentimenti di vendetta e lieta fratellanza. Pass frettolosamente in rassegna taccuini, carte, vecchie rubriche e ritagli, in cerca di qualcosa ma in realt non sapendo che cosa. Un segno che provasse l'esistenza delle lettere sul suo volto ? Erano troppo evidenti, insieme al loro significato, per aver bisogno di una dimostrazione. Una logica che lo aiutasse a scegliere le storie da raccontare ? Ma non era in condizione di fidarsi di alcunch all'infuori della sua rabbia e della sua agitazione. Un esempio per illustrare la bellezza del mistero?
Sapeva che il suo compito lo obbligava a limitarsi a narrare le sue storie credendoci. Frug negli armadi, diede una rapi da scorsa alle agende, sillab le frasi chiave, distese le mappe, sfogli le foto. Stava guardando nello scatolone dei costumi quando, sentendosi in colpevole ritardo, alle nove me no tre minuti schizz fuori di casa.
Alle nove e due si era gi infilato furtivamente nel por tone buio di fronte alla bottega di Aladdin, ma sul marcia piede davanti non si vedeva nessuno che potesse essere i suo interlocutore calvo o sua moglie. Era arrabbiato con lo ro perch i numeri che gli avevano dato erano tutti sbaglia ti: chi era che prendeva per i fondelli? Chi era la vittima c-chi il carnefice ?
Attraverso la vetrina piena zeppa di roba si intravedeva solo un angolino della ben illuminata bottega di Aladdin Scorgeva la testa del gestore e il suo corpo chinarsi e raddrizzarsi tra pistole giocattolo appese a una cordicella, palle d gomma conservate in sacchetti di rete, maschere da scimmione o da Frankenstein, scatole di giochi di societ, bottiglie di raki e di altri liquori, riviste di sport e di intrattenimento dai colori sgargianti e bambole in scatole trasparenti: Aladdin stava contando i giornali da mettere in resa. Nella bottega non vi era nessun altro. La moglie, che di giorno stavi dietro al banco, doveva ormai essere a casa, in cucina, ad at tendere il marito. Entr qualcuno e Aladdin si precipit dietro il banco; subito dopo comparve un'anziana coppia che gli fece schizzare il cuore in gola. Dopo che fu uscito il prime cliente, un uomo vestito in uno strano modo, uscirono anche quei due, portando via una grossa bottiglia. Cap subito che non erano la coppia che aspettava: erano troppo presi dal lo ro mondo. Nella bottega entr un signore in cappotto coi colletto di pelliccia che inizi a parlare con Aladdin. Gali] non pot fare a meno di immaginarsi la loro conversazione
Ormai non c'era pi nessuno degno di attenzione, n su marciapiede della piazza di Nisantasi n su quello davanti alla moschea n sulla strada di Ihlamur; solo qualche passante distratto, commessi senza cappotto che andavano via svelti, qualche anima solitria ormai perduta nel blu grigio della sera. In un lampo vie e marciapiedi furono completamente
deserti; gli pareva di sentire il ronzio dell'insegna al neon del negozio di macchine da cucire, l di fronte. Non si vedeva nessuno oltre all'agente armato di mitragliatore di guardia davanti al posto di polizia. Osservando i rami del castagno sul cui tronco Aladdin appendeva con un elastico da biancheria e delle mollette le riviste illustrate, si senti inondare di paura. Ebbe la sensazione di essere sorvegliato, tenuto sotto controllo, in pericolo. Poi ud un rumore. Una Dodge del '54 che proveniva da Ihlamur e un autobus Skoda che saliva verso Nisantasi arrivarono a un pelo dallo scontrarsi all'angolo. Quando l'autobus si blocc dopo una brusca frenata, vide i passeggeri tirarsi in piedi e voltare la testa verso l'altro lato della strada. Nella scarsa luce dell'autobus, a non pi di tre metri da lui, il suo sguardo ne incontr un altro su un viso affaticato che non mostrava alcun interesse per l'evento; un uomo stanco, sui sessanta, occhi strani, carichi di pena e dolore. L'aveva gi incontrato ? Un avvocato in pensione o un insegnante che attendeva soltanto la morte ? Forse stavano pensando entrambi le stesse cose mentre si fissavano senza abbassare lo sguardo grazie a una momentanea occasione offerta loro dalla vita cittadina. Ripartito l'autobus si separarono anche loro, per non rivedersi probabilmente mai pi. Attraverso i violacei vapori di scarico intravide un certo movimento sul marciapiede di fronte. Una coppia di giovanotti in piedi davanti alla bottega di Aladdin si stavano accendendo vicendevolmente la sigaretta: due studenti universitari che ne aspettavano un terzo per andare al cinema. La bottega di Aladdin era adesso piena di clienti, tre persone che sfogliavano le riviste e una guardia notturna. D'un tratto all'angolo comparve un venditore ambulante di arance dai baffi prodigiosi con la sua carrettella, ma forse era l gi da un po' senza che lui se ne fosse accorto. Sul marciapiede di fronte alla moschea pass una coppia carica di pacchi. Poi vide un bimbo portato in braccio dal giovane padre. In quello stesso istante l'anziana greca proprietaria della piccola pasticceria l accanto spense le luci della bottega e usc in strada, stringendosi nel suo vecchio cappotto. Sorridendogli con cortesia fece un chiasso terribile abbassando con un uncino le serrande metalliche. La bottega di Aladdin e il marciapiede si ritrovarono all'improvviso deserti. Dalla parte del liceo femminile vide arrivare in tuta sportiva gialla e blu il matto del quartiere, convinto di essere un celebre calciatore; pass via lentamente spingendo una carrozzina pel bambini piena zeppa dei giornali che vendeva davanti al cinema Inci, a Pangati. Girando, le ruote facevano un rumore niente affatto sgradevole.
Soffiava un vento leggero. Galip ebbe freddo. Erano le nove e venti. Aspetto che passino ancora tre persone, si disse. Ormai non vedeva pi n Aladdin nella bottega, n l'agente che doveva essere davanti al posto di polizia. Qualcuno apr la portafinestra del balcone di un appartamento d: fronte; vide la punta rossa di una sigaretta; poi chi la fuma va la butt per strada e rientr. Sui marciapiedi c'era un leggero velo di umidit che rifletteva le luci metalliche dei lampioni e delle insegne; inoltre si vedevano brandelli di carta rifiuti, mozziconi, sacchetti di plastica... Gli sembr per un attimo che la via dove viveva fin dall'infanzia e che aveva vi sto modificarsi in tutti i particolari, il quartiere e i comignoli dei palazzi lontani, visibili nel blu grigiastro della sera, gi fossero estranei e remoti come i dinosauri di un libro illustrato per bambini. E a quel punto gli parve di essere l'uomo da gli occhi ai raggi x che sognava di essere quand'era piccolo scorgeva il significato segreto del mondo. Le lettere delle insegne del negozio di tappeti, del ristorante e della pasticceria, dei dolci in esposizione, dei cornetti, delle macchine di cucire e dei giornali indicavano tutte questo significato secondario, ma i tristi personaggi che battevano i marciapiedi come sonnambuli, avendo dimenticato i ricordi dell'universo d cui un tempo conoscevano il mistero, a malapena traevano sostentamento dal significato primario sopravvissuto, allo stesso modo di coloro che hanno scordato amore, fratellanza ed eroismo e si accontentano di ci che si vedono propinare a cinema. And nella piazza di Tesvikiye e prese un taxi.
Mentre l'auto passava davanti alla bottega di Aladdin gli sembr che il calvo si fosse nascosto in un angolo buio, proprio come aveva fatto lui quando aspettava Celal. Se lo eri soltanto immaginato? Oppure aveva visto un'ombra inquie tante, stranamente agghindata, fra gli altrettanto inquietanti e incantati corpi dei manichini, illuminati dal neon e chini a cucire alle macchine esposte in vetrina? Rimase un attimo interdetto. Nella piazza, di Nisantasi fece fermare il taxi e acquist la prima edizione notturna del Milliyet. Lesse con sorpresa, gioia e curiosit il pezzo che aveva scritto al posto di Celal, immaginandosi al tempo stesso Celal che leggeva l'articolo di un altro pubblicato con la sua firma e sotto la sua foto; tuttavia non riusc a evocarne bene la reazione. Senti crescere dentro di s un moto di rabbia contro di lui e contro Rya: Vedrete cosa vi succeder! , gli venne voglia di dire. Ma nemmeno lui sapeva bene che cosa potesse essere: una vendetta ? Un premio ? Inoltre aveva in un angolo della mente la visione di loro tre che si incontravano nell'atrio del Pera Palas. Il taxi stava risalendo le stradine tortuose di Tarlabasi, passando davanti ad alberghi bui e squallidi caff dalle pareti spoglie e traboccanti di uomini: in quel momento avvert che Istanbul era in attesa di qualcosa. Poi si sorprese di quanto fossero sgangherati i bus, le auto e i camion che vedeva per strada, quasi li osservasse per la prima volta.
L'atrio del Pera Palas era caldo e ben illuminato. Nel grande atrio, sulla destra, vide Iskender seduto su uno dei vecchi divani fra un gruppo di turisti che osservavano delle altre persone: una troupe cinematografica locale che stava riprendendo l'arredamento fine Ottocento dell'albergo per un film storico. Nella sala illuminatissima si percepiva un senso di divertimento, amicizia e allegria.
-  Celal non c', - attacc subito a spiegare a Iskender. - Non  potuto venire.  successa una cosa molto grave. Si nasconde per un fatto misterioso. Mi ha chiesto di farmi intervistare al suo posto, sempre per via di questo mistero. Conosco nei minimi dettagli la storia che devo raccontare. Parlo io al posto suo.
- Non so se saranno d'accordo!
- Tu digli semplicemente che sono Celal Salik, - ribatt, con una furia che stup persine lui.
- E perch ?
-  Perch l'importante  la storia, non il narratore. E ne abbiamo appunto una da raccontare.
-  Ma quella gente ti conosce, - replic Iskender. - L'altra sera, al night, hai persine raccontato un aneddoto.
-  Mi conoscono ? - ribatt, sedendosi. - Usi le parole a sproposito. Mi hanno visto. Niente pi. E poi oggi sono un altro. Quelli l non conoscono n la persona che hanno visto allora n me, che vedranno adesso. Scommetto che per loro i turchi sono tutti uguali.
- Anche se diciamo che l'uomo che hanno visto quella sera era un altro, - ribatt Iskender, - penseranno comunque di sicuro che Celal sia un uomo pi anziano di te.
-  Che cosa ne sanno di lui? - replic. - Qualcuno avr detto loro: fate un'intervista al celebre rubricista cos e cos, sar perfetta per il vostro programma sulla Turchia. Avranno scritto il suo nome su un pezzo di carta. Probabilmente non hanno chiesto n la sua et n com' fatto.
Proprio in quel momento si sent ridere nell'angolo dove si stava girando il film storico. Si voltarono a guardare da] divano dove stavano seduti.
- Perch ridono? - chiese Galip.
- Non lo so, - rispose Iskender. Ma sorrideva sotto i baffi come se lo sapesse benissimo.
- Nessuno di noi  se stesso, - riprese lui, parlando sotto voce quasi stesse rivelando un segreto. - Non possiamo esser lo. Non pensi che gli altri potrebbero vedere in te un altro i Sei cos sicuro di essere te? E, se lo sei, sei sicuro che la per sona che sei sicuro di essere sia te? Cosa vogliono quelli l! Sono semplicemente in cerca di uno straniero i cui racconti possano interessare gli spettatori inglesi che guardano la TV dopo cena, i cui guai possano preoccuparli e i cui dolori possano rattristarli. E io ho la storia che fa per loro ! Non c' nemmeno bisogno che mi si veda in faccia. Durante le riprese potrebbero oscurarla. Un enigmatico e notissimo giornalista turco - senza tralasciare il fatto che sono musulmano, cosa eh in questo momento  della massima importanza -, temendo la rappresaglia del governo, un mortale attentato politico e golpisti, concede un'intervista alla Bbc a patto che la sua identit venga mantenuta segreta. Non  persine meglio ?
- D'accordo, - consent Iskender. - Vado a telefonargli di sopra. Ci stanno sicuramente aspettando.
Galip rimase l a osservare le riprese all'altro capo della grande sala. Un pasci ottomano, barbuto e in fez, con un'elegante uniforme carica di medaglie, onorificenze e nastrini, stava parlando con la compunta figlia; e lei lo ascoltava, per con il viso rivolto non a lui ma all'indaffarata macchina da presa di cui camerieri e fattorini seguivano i movimenti in un silenzio carico di venerazione.
- Non abbiamo aiuti, forze, speranze! - disse il pasci. - Non abbiamo nulla. E tutti, proprio tutti - il mondo intero -, sono nemici dei turchi. Chiss, il governo sar forse obbligato ad abbandonare questa fortezza a...
- Carissimo padre, abbiamo ancora... - attacc la figlia, tendendo, pi verso il pubblico che verso il padre, il volume che aveva in mano, anche se Galip non riusc a distinguere che libro fosse. E non riusc nemmeno quando la scena venne ripetuta: ne fu ancora pi incuriosito, avendo compreso che non era il Corano.
Poco dopo, salito di sopra con l'ascensore e introdotto da Iskender nella camera 212, era ancora in preda allo stesso senso di frustrazione che provava ogni volta che non riusciva a farsi tornare in mente un nome che conosceva benissimo.
Nella stanza c'erano tutti e tre i giornalisti britannici che aveva visto in quel night di Beyoglu. Gli uomini, occupati a sistemare la telecamera e le luci, avevano in mano un raki. La donna alz gli occhi dalla rivista che stava leggendo.
- Ecco il famoso giornalista, Celal Salik, il rubricista, - lo present Iskender in un inglese che gli sembr zoppicante; da bravo studente qual era stato, tradusse subito mentalmente la frase in turco.
- Lietissima di conoscerla! - esclam la donna, mentre i due uomini fecero sentire la loro voce all'unisono come i due gemelli di un fumetto. - Ma non ci siamo gi visti? -continu.
- Chiede se non vi siete gi visti, - gli tradusse Iskender.
- Dove? - replic lui, rivolto all'amico.
E Iskender tradusse diligentemente: - Dove ?
- In quel night, - rispose la donna.
- Sono anni che non metto piede in un night, n ho la minima intenzione di farlo, - ribatt lui convinto. - Anzi, penso
di non esserci mai stato in vita mia. Questo tipo di attivit sociale, questi luoghi cos affollati, li trovo letali per la mia salute mentale e per la solitudine di cui ho bisogno per creare i miei testi. L'intensit della mia vita letteraria, che arriva a vette insostenibili, oltre agli omicidi politici e alla repressione, che raggiungono proporzioni ancora pi incredibili, mi hanno in ogni caso sempre tenuto alla larga da quel tipo di vita. D'altra parte sono perfettamente consapevole di avere compatrioti non solo qui a Istanbul ma in tutto il paese che sono convinti di essere Celal Salik, che si presentano come Celal Salik, per motivi molto nobili e onesti. Anzi, ho anche avuto la fortuna di incrociarne qualcuno, in certi locali malfamati, le sere in cui giro in incognito per la citt: s, lo faccio per penetrare sempre pi a fondo la tenebra in cui siamo immersi, per arrivare al cuore del mistero che ci pervade; ho persine fatto amicizia con alcuni di questi disgraziati che riescono a essere a tal punto me da terrorizzarmi. Istanbul  un posto immenso, un luogo incomprensibile.
E mentre Iskender iniziava a tradurre, Galip guard fuori dalla finestra aperta che dava sul Corno d'Oro e sulle fioche luci della citt. Evidentemente la moschea di Yavuz Sultan Selim avevano deciso di illuminarla per farne un'attrazione turistica, ma, come al solito, diverse lampadine erano state rubate, con l'effetto di trasformarla in un bislacco e inquietante mucchio di sassi, simile alla bocca di un vecchiac-cio con un unico dente. Non appena Iskender ebbe finito di tradurre, la donna si scus cortesemente - e non senza humour e allegria - per essersi sbagliata, dicendo di averlo confuso con un romanziere alto e con gli occhiali che quella notte, in quel posto, aveva narrato un aneddoto; ma non pareva affatto convinta di ci che affermava. Aveva evidentemente stabilito di accettare lui e la bizzarra situazione come una singolarit turca, in base all'atteggiamento non capisco ma mi adeguo tipico degli intellettuali tolleranti di fronte a um cultura diversa. Prov affetto per questa donna che, pur sapendo di avere le carte truccate, proseguiva il gioco. Non assomigliava un po' a Rya?
Quando si fu sistemato nello scranne illuminato da dietro che, con tutti quei cavi neri della corrente, del microfono e della telecamera, ricordava un po' una sedia elettrica, i tecnici si accorsero che Galip era a disagio. Quindi uno di loro gli cacci in mano un bicchiere e, tutto sorrisi, glielo riempi cortesemente di raki e acqua secondo il suo gradimento. La donna, in preda allo stesso spirito di affettuosa allegria - d'altronde sorrideva continuamente -, si precipit a infilare un nastro nel registratore e, non appena ebbe premuto il tasto con aria provocante, quasi si trattasse di un film porno, in un lampo sul piccolo schermo portatile comparvero le scene di vita turca che avevano ripreso nel giro di quegli otto giorni. Le guardarono in silenzio (proprio come se stessero guardando un film porno), con un vago senso di giocosit ma non del tutto privi di interesse: un mendicante acrobata che mostra felice le braccia mutilate e le gambe contorte; un'accesa manifestazione politica seguita dalla dichiarazione di un focoso leader; due vecchietti che giocano a backgammon; scene di osterie e night; un commerciante di tappeti orgogliosamente piazzato davanti alla sua vetrina; una trib di nomadi che risale un'altura a dorso di cammello; un treno trainato da una vaporiera che erutta nuvole di fumo; bimbi che salutano la macchina da presa da un sobborgo; donne velate impegnatissime a scegliere arance da un fruttivendolo; i resti della vittima di un omicidio politico nascosti sotto alcuni giornali spiegati; un vecchio facchino che trasporta un pianoforte su un carretto tirato da un cavallo.
- Quello l lo conosco, - intervenne lui all'improvviso. -  quello che ha fatto il nostro trasloco dal Palazzo Cuor della Citt alla casa nella stradina dietro ventitre anni fa!
Tutti guardarono tra il serio e il faceto il vecchio facchino che sorrideva con la stessa aria semiseria mentre faceva entrare il carro con il piano nel cortile di un vecchio palazzo.
-  Il pianoforte del principe  tornato a casa, - disse lui. Non aveva un'idea precisa di quale voce stesse usando, n di chi diavolo fosse in quel momento, ma era certo che tutto stava andando benissimo. - Una volta un principe viveva in un casino di caccia situato esattamente sul terreno dove adesso sorge quel palazzo residenziale. Ora vi racconto la sua storia!
Si precipitarono tutti a sistemare ogni cosa. Iskender ripet che il famoso rubricista era l per fare una dichiarazione
di grande importanza storica. La donna introdusse con enfasi lo spezzone al suo pubblico, inserendolo abilmente in un vasto affresco che comprendeva gli ultimi sultani ottomani, il partito comunista turco clandestino, il misterioso testamento scomparso di Atatrk, il movimento islamico in Turchia, gli omicidi politici e il rischio di un golpe militare.
- In questa citt c'era una volta un principe che aveva scoperto che il problema pi rilevante della vita  se si possa essere se stessi o meno, - inizi a narrare. E, durante il racconto, prov con una tale intensit l'ira del principe che si senti un altro. Ma chi? Mentre descriveva l'infanzia del principe avvert che questa persona, di cui aveva assunto l'identit, una volta era un bambino di nome Galip. E raccontando del tempo da lui faticosamente passato sui libri, si sent diventare volta per volta i diversi autori di quei libri. La descrizione dei giorni di solitudine del principe nel suo casino di caccia lo fece immedesimare nei vari protagonisti delle storie che raccontava. Mentre narrava come il principe dettava i suoi pensieri allo scriba, si sent le persone dentro questi pensieri. E raccontando la sua vicenda come l'avrebbe narrata Celal si sent il protagonista di un racconto di quest'ultimo. Celal li avrebbe raccontati cos, si disse mentre descriveva gli ultimi giorni del principe, seccato con gli altri presenti in quella stanza d'albergo perch non se ne accorgevano. Era acceso da una furia tale che gli inglesi lo ascoltavano come se comprendessero il turco. Arrivato agli ultimi giorni del principe, riattacc la storia da capo senza interrompersi. - In questa citt c'era una volta un principe che aveva scoperto che il problema pi rilevante della vita  se si possa essere se stessi o meno, - riprese con la medesima convinzione. E quando quattro ore pi tardi torn al Palazzo Cuor della Citt, riflettendo sulle differenze tra le prime due versioni, decise che al momento della prima Celal era vivo e alla seconda morto, lungo e stecchito di fronte al posto di polizia, appena pi avanti della bottega di Aladdin, un cadavere coperto di giornali. La seconda volta aveva enfatizzato parti a cui la prima volta aveva dedicato scarsa attenzione; infine, raccontandola per la terza volta, aveva capito chiaramente che a ogni versione lui stesso diventava un altro. Come il principe, anch'io
racconto per diventare me stesso, gli venne voglia di dire. Infuriato con coloro che non volevano permettergli di essere se ; stesso, e convinto che il mistero della vita e di quella citt si | potesse risolvere solo raccontando storie e provando alla fine quel senso profondo di morte e biancore, aveva concluso | la terza narrazione in un silenzio assoluto. I giornalisti britannici e Iskender l'avevano applaudito calorosamente, con la sincerit di un pubblico che acclama un grande attore dopo un pezzo di bravura.





Capitolo sedicesimo. 
Storia del principe.
Com'erano belli i tram di una volta!
AHMET RASIM.


In questa citt c'era una volta un principe che aveva scoperto 'che il problema pi rilevante della vita  se si possa essere se stessi o meno. Questa scoperta era tutta la sua vita, e tutta la sua vita consisteva in questa scoperta. Era stato lui a dettare personalmente questa breve massima al termine della sua breve vita, quando aveva assunto uno scriba per farla mettere nero su bianco. Il principe parlava e lo scriba scriveva.
Allora - cent'anni fa - la nostra citt non era ancora un luogo dove milioni di disoccupati vagano qua e l come tante galline rincitrullite, dove la spazzatura trabocca per le vie e nelle fogne sotto i ponti, dove i comignoli eruttano un fumo color della pece e la gente in attesa dell'autobus si prende senza piet a gomitate nelle costole. A quei tempi i tram a cavalli marciavano cosi lentamente che uno poteva saltarci sopra al volo; i traghetti procedevano sul Bosforo con tale calma che i passeggeri potevano smontare e farsi quattro spensierate chiacchiere sotto i tigli, i castagni e i platani degli approdi: preso un t al bar dell'imbarcadero rimontavano sullo stesso traghetto, che finalmente ripartiva, e riprendevano il loro viaggio. A quei tempi castagni e noci non erano ancora stati abbattuti per essere convertiti in pali dell'elettricit destinati a diventare sostegni dove attaccare volantini pubblicitari di sarti e circoncisori. La citt non era attorniata da brulle alture ricoperte di pali della luce e del telefono, ma da boschi, macchie e prati dove un tempo andavano a caccia sultani malinconici o sanguinari. Il principe visse ventidue anni e tre mesi in un casino di caccia situato su una di queste verdi alture destinate a essere tappezzate di canali, selciati e palazzi.
Per lui, dettare era un modo di essere se stesso. Era infatti convinto di esserlo solo quando stava dettando qualcosa allo scriba seduto alla scrivania di mogano. Soltanto cos riusciva a vincere le voci che continuava a sentir risuonare nelle orecchie tutto il giorno, voci di persone le cui storie gli tornavano alla memoria mentre camminava avanti e indietro nelle stanze del suo casino di caccia, e le cui idee non poteva scrollarsi di dosso, qualunque cosa facesse, quando passeggiava nel suo giardino circondato da alte mura... Per essere se stessi  unicamente necessario imparare la propria voce, le proprie storie e le proprie idee! , diceva, e lo scriba scriveva.
Questo non significava che, mentre dettava, il principe sentisse soltanto la propria voce. Al contrario, era perfettamente consapevole che ogni volta che iniziava a raccontare una storia stava pensando a quella di un altro, e che quando stava per sviluppare un'idea sua finiva con l'invischiarsi in quella proposta da un altro, che quando cedeva alla propria rabbia vi includeva pure quella di un altro. Ma sapeva anche che questa sua voce poteva trovarla solo emettendone una tanto forte da opporsi a tutte le altre che aveva in testa, ovvero, secondo le sue esatte parole, battagliando con i rantoli degli altri. Pensava che la dettatura fosse un campo di battaglia dove avrebbe avuto la meglio.
Combatteva con idee, storie e parole passeggiando per le sale del casino di caccia; scendendo per uno scalone modificava una frase che aveva pronunciato salendo per l'altra rampa gemella; dopodich si faceva rileggere dallo scriba le frasi che aveva dettato mentre saliva il suddetto scalone, oppure mentre era seduto o stravaccato sul divano posto direttamente davanti alla scrivania. Leggi, diceva, e quello leggeva con voce monotona le ultime frasi che gli erano state dettate.
Il principe Osman Cellettin Effendi sapeva che se non si considera fondamentale il problema di essere se stessi, tutti noi che viviamo su questa terra, in questo luogo maledetto, siamo destinati a distruzione, sconfitta e schiavit. Chi non ha scoperto il modo di essere se stesso  condannato alla
schiavit, le razze alla degenerazione, le nazioni alla scomparsa, al nulla, s, al nulla, diceva Osman Cellettin Effendi.
L'espressione "nulla" non va scritta soltanto due volte, - proseguiva il principe, salendo o scendendo lo scalone, oppure girando attorno alla scrivania, - ma tre ! E lo diceva con una voce e un tono tali che, dopo averlo pronunciato, si persuadeva di star imitando Monsieur Francis - che gli aveva insegnato il francese da piccolo - fin nei piccoli vezzi che mostrava durante gli esercizi di dettato, incluso il passo nervoso e persine il tono pedagogico della voce; al che veniva colto da una crisi che di botto interrompeva la sua attivit intellettiva, facendo sbiadire ogni colore alle sue facolt immaginative. Lo scriba, ormai avvezzo a questi momenti di difficolt da un'esperienza pluriennale, posava la penna e, messa su l'espressione rassegnata, vuota e spenta che usava come una maschera, se ne restava l ad aspettare che questi parossismi di non riesco a essere me stesso cessassero.
Il principe Osman Cellettin Effendi non nutriva sentimenti univoci riguardo all'infanzia e alla giovent. Lo scriba rammentava di aver messo per iscritto un tempo una serie di ricordi di scene felici di una giovent allegra, divertente e attiva, trascorsa fra palazzi, castelli e dimore reali; ricordi che per erano rimasti nei vecchi diari. Siccome mia madre, la sultana Nurcihan, era la sua favorita, io ero il pi amato dei trenta figli di mio padre, il sultano Abdlmecit, aveva rivelato molti anni prima il principe; e in un'ulteriore occasione, raccontando altre di queste scene gioiose, sempre molti anni prima, aveva detto:  Siccome mio padre, il sultano Abdlmecit, mi amava pi di tutti fra i suoi trenta figli, mia madre, la sultana Nurcihan, sua seconda moglie, era la sua favorita nell'harem.
Lo scriba aveva preso nota di come l'eunuco nero capo dell'harem fosse svenuto allorch il piccolo principe gli aveva sbattuto una porta in faccia mentre stava correndo per le sale dell'harem del palazzo di Dolmabahe, spalancando e chiudendo battenti, e precipitandosi gi per le scale a due gradini alla volta, nel tentativo di sfuggire al fratello Resat che lo stava inseguendo. Della sera in cui la sua quattordicenne sorella, la principessa Munire, era stata data in sposa a un pasci imbecille di quarantacinque anni: aveva preso in grembo il dolce fratellino e aveva pianto, rivelandogli che era triste solo perch non avrebbe pi potuto stare con lui, finch il colletto bianco del piccolo principe era stato completamente intriso di lacrime. Di una festa tenuta in onore di alcune personalit inglesi e francesi, venute a Istanbul per via della Guerra di Crimea, nel cui corso il principe, oltre a danzare con una ragazzina inglese di undici anni - con il permesso della sultana madre -, aveva trascorso moltissimo tempo con la stessa a sfogliare le pagine di un libro ricco di illustrazioni di locomotive, pinguini e corsari. Di una cerimonia avvenuta in occasione del varo di una nave a cui era stato imposto il nome di sua nonna, la sultana madre Bezmilem, durante la quale il principe si era aggiudicato per scommessa quattro libbre di lokum, parte alla rosa e parte al pistacchio, avendo dato uno schiaffo sulla nuca di un fratello maggiore ritardato e stupido. Della volta in cui principi e principesse erano stati puniti allorch era giunta a palazzo la notizia che si erano avventurati con le carrozze imperiali fino alle botteghe di Beyoglu, dov'erano esposti tutti i fazzoletti, le bottiglie di colonia, i ventagli, i guanti e gli ombrellini che si potevano desiderare, senza tuttavia riuscire ad acquistare altro che il grembiule di un giovane commesso, che secondo loro sarebbe potuto tornare utile per le recite che si dilettavano a inscenare per gioco. Di come, nell'infanzia e giovent, il principe si divertisse a imitare tutto, i medici, l'ambasciatore britannico, le navi che passavano dinanzi alla sua finestra, i primi ministri, il rumore delle porte che cigolavano, le stridule voci dei castrati cui era affidato l'harem, suo padre, i carri a cavalli, il ticchettio della pioggia sui vetri, tutto ci che leggeva nei libri, la gente che piangeva al funerale di suo padre, le onde, il suo insegnante italiano di pianoforte, Guateli Pasci. In seguito il principe lo avrebbe avvisato che tutti i suoi ricordi - raccontati sempre con la stessa assoluta precisione di particolari, con espressioni di ira e odio - dovevano essere inseriti nel contesto dei baci, di tutti i baci che gli erano stati regalati da dozzine di donne e ragazze, giovani e vecchie, e di un profluvio di torte, caramelle, specchi, carillon, libri e giocattoli.
Ancora pi tardi, sebbene sempre nel periodo in cui si serviva di uno scriba per mettere nero su bianco il suo passato e i suoi pensieri, il principe connot quei tempi felici dicendo: La felicit della mia infanzia  durata a lungo. La sciocca felicit della mia infanzia  durata cos a lungo da farmi vivere da fanciullo sciocco e felice fino a ventinove anni. Un impero capace di garantire a un principe, destinato forse a salire sul trono, un'infanzia sciocca e felice fino all'et di ventinove anni  naturalmente avviato al collasso, alla dissoluzione, alla rovina. Fino a ventinove anni il principe si era concesso tutto, essendo egli il quinto in linea di successione; aveva amato donne, letto libri, acquistato propriet e beni di lusso, dedicato un interesse superficiale a musica e pittura e uno ancor pi superficiale alla scienza militare, si era sposato, aveva generato tre figli, dei quali due maschi, e, come chiunque altro, si era fatto amici e nemici. Quindi avrebbe dettato: Evidentemente dovevo giungere a ventinove anni per potermi liberare di tutto questo peso, di queste donne e questi oggetti, di tutti questi amici e queste idee stupide. A ventinove anni venne improvvisamente promosso a terzo nella linea di successione, in seguito a eventi storici del tutto straordinari. Anche se, secondo lui, soltanto gli stupidi potevano sostenere che fossero tali: nessun evento poteva infatti essere ritenuto pi naturale della malattia e della conseguente morte di suo zio, il sultano Abdiilaziz, uomo di spirito, pensieri e autoritarismo decrepiti, nonch della detronizzazione del fratello maggiore, impazzito subito dopo essere salito al trono. Quest'ultima parte il principe l'aveva dettata salendo lo scalone e spiegando che l'altro fratello maggiore, Abdlhamit, succedutogli al trono, era folle esattamente come il pi grande; dopodich, scendendo dallo scalone gemello, aveva dettato e ridettato forse mille volte che il principe che lo precedeva nell'ordine di successione e che, come lui, attendeva in un altro casino di caccia di ascendere al trono, era ancora pi pazzo degli altri due; scritte per la millesima volta queste frasi azzardate, lo scriba aveva poi pazientemente proseguito con la spiegazione dei motivi per cui questi fratelli principi ereditari erano pazzi e non potevano non impazzire, dal momento che tutti i
principi ereditari ottomani non potevano avere un destino differente.
Chi aspetta tutta la vita di salire al trono di un impero non pu non essere condannato alla follia; chi vede i propri fratelli impazzire nell'attesa che il loro sogno condiviso si realizzi non pu fare altro che divenire a sua volta matto, essendo egli stesso oppresso dalla difficile condizione di non diventarlo a sua volta; non si impazzisce per volont propria, infatti, ma per il complicato tentativo di non diventarlo; qualsiasi aspirante principe ereditario che riflettesse anche una sola volta su come i suoi antenati e progenitori, immediatamente prima di ascendere al trono, avessero fatto strangolare tutti i fratelli minori, non poteva fare a meno di impazzire; obbligato a studiare la storia dell'impero che un giorno avrebbe potuto essere chiamato a governare - e potendo leggere in qualsiasi volume di storia come l'antenato Mehmet terzo, appena divenuto sultano, avesse fatto uccidere uno dopo l'altro i propri diciannove fratelli, alcuni ancora attaccati al seno della madre -, la maledetta sorte di ogni principe non poteva che essere la follia; inoltre, a un certo punto del tormentato periodo di attesa destinato a concludersi con il loro avvelenamento, strangolamento o assassinio camuffato da suicidio, la follia - costringendo alla rinuncia al trono - costituiva non solo la via di scampo ma anche il pi profondo e segreto desiderio di tutti i principi ereditari che aspettavano l'ascesa al trono come la morte; diventare pazzi era il modo migliore per scappare dagli informatori che li tenevano sotto sorveglianza, dai complotti e intrighi orditi da ignobili politicanti capaci di infiltrarsi fino a loro attraverso questo reticolo di spie, ma anche dai propri inquietanti sogni di ascesa al trono; ogni volta che un principe ereditario dava un'occhiata alla mappa dell'impero che sognava di governare, non appena si accorgeva di quanto fosse vasto, smisurato e senza confini il territorio di cui forse un giorno avrebbe dovuto assumersi la responsabilit in totale solitudine - s, totale -, non poteva che rischiare la follia; e, al contrario, un principe che non avvertisse la minima inquietudine per queste sterminate dimensioni e nessuna preoccupazione circa l'immensit dell'impero di cui un giorno sarebbe stato forse responsabile e
doveva essere ritenuto gi folle. Giunto a questo punto dell'enumerazione dei motivi per cui i suoi simili impazzivano, il principe Osman Cellettin Effendi affermava: Se oggi sono una persona pi avveduta di tutti gli sciocchi, pazzi e mentecatti che hanno governato l'impero ottomano, lo si deve al fatto che ho compreso il senso di questa folle illimitatezza!  stato proprio il riflettere sull'infinita portata della responsabilit che un giorno avrei dovuto assumermi a non farmi impazzire come tutti quegli esseri insicuri, fragili e miserabili. Ed  stato proprio badando di tenere sotto controllo questa preoccupazione con la forza di volont e la risolutezza che ho scoperto che la questione pi importante della vita  se sia possibile o meno essere se stessi.
Non appena sal dal quinto al terzo livello nella linea di successione, si dedic alla lettura. Era convinto che un principe che non ritiene un miracolo il fatto di ascendere al trono ha il dovere di istruirsi e, ottimisticamente, che questa istruzione la si potesse conseguire attraverso la lettura. Dai libri che sfogliava con ardore come se ne divorasse le pagine ricav molte idee utili, nell'ossessiva convinzione di poterle tradurre in realt di l a poco nel futuro di un impero ottomano pi felice; e fu proprio per la decisa volont di salvaguardare a tutti i costi la propria salute mentale e di liberarsi il pi presto possibile di ci che gli ricordava il suo passato stupido e infantile che si trasfer in quel casino di caccia dove avrebbe vissuto ventidue anni e tre mesi, dopo aver lasciato moglie, figli e la sua villa sul Bosforo, insieme a tutti gli oggetti e le abitudini di un tempo. Un casino di caccia situato su un'altura che cent'anni dopo sarebbe stata asfaltata e su cui sarebbero state posate le rotaie del tram e costruiti orribili palazzi in vari stili occidentaleggianti, licei maschili e femminili, un posto di polizia, una moschea, una merceria, un fioraio, una bottega di tappeti e diverse lavanderie. Al di l delle alte mura erette perch il sultano potesse meglio sorvegliare il pericoloso fratello, oltre che per proteggerlo dalla stupidit del mondo esterno, sorgevano enormi castagni e platani che un secolo pi tardi si sarebbero visti adorni (attorcigliati ai rami) di neri cavi telefonici e (sul tronco) di pubblicazioni con foto di donne nude. L'unico rumore che si sentiva, oltre al gracchiare degli stormi di corvi che nessuno scorrere di secoli avrebbe mai scacciato dall'altura, era quello, familiare, del- J le esercitazioni militari e della musica che, nei giorni di vento di terra, giungeva dalle caserme sulle colline di fronte. Il principe dett infinite volte che i primi sei anni trascorsi l dentro erano stati i pi felici della sua vita.
In quel periodo, infatti, mi dedicai unicamente alla lettura, - diceva. - Sognavo soltanto ci che leggevo. In quei sei anni ho vissuto esclusivamente in compagnia delle idee e delle voci degli scrittori che leggevo. Poi aggiungeva: Eppure, in quei sei anni non ho mai potuto essere me stesso. Non lo ero, ed  forse per questo che riuscivo a essere felice; il compito di un sultano, tuttavia, non  essere felice ma se stesso! , dettava ogni volta che ricordava con dolore e nostalgia quei sei anni; dopodich ripeteva un'altra frase che aveva gi fatto scrivere forse un migliaio di volte allo scriba: Il problema di essere se stessi, infatti, riguarda tutti - assolutamente tutti - e non soltanto i sultani.
Una sera, verso la fine dei sei anni che gli avevano consentito di raggiungere una percezione chiara di ci che definiva la scoperta e il fine della sua vita, dett: Una di quelle sere felici mi sono figurato sul trono ottomano, come spesso facevo, preso a rimproverare uno stolto con cui stavo cercando di risolvere una questione di stato. L'ho rimbeccato dicendo: "Come afferma Voltaire", ma a quel punto mi sono bloccato, agghiacciato per l'improvvisa consapevolezza del guaio in cui mi ero andato a ficcare. L'uomo che immaginavo di essere - il trentacinquesimo sultano ottomano - non ero dunque io ma Voltaire, o qualcuno che lo impersonava. In quel momento mi sono reso conto con orrore che neanche un sultano, un uomo che dispone del potere di decidere della vita di milioni di sudditi e di governare territori che sulla carta appaiono sterminati,  veramente se stesso.
Quindi dett altri particolari circa il momento in cui aveva preso coscienza di questa realt, ma lo scriba sapeva perfettamente che questo lampo d'illuminazione richiamava sempre lo stesso dilemma. Un sultano, che determina il corso di milioni di vite, ha il diritto di lasciar vagare nella propria mente frasi altrui ? Non  forse dovere di un principe desti nato un giorno a governare uno dei pi vasti imperi del mondo agire esclusivamente secondo la propria volont ? Un individuo nella cui mente si agitano pensieri altrui come incubi interminabili, dev'essere ritenuto un sultano o un'ombra!
Una volta compresa l'esigenza di essere unicamente m stesso, non un'ombra ma un sultano vero, mi sono reso con o che dovevo liberarmi di tutti i libri che avevo letto non solo in quei sei anni ma nel corso di tutta la vita, - dett ancora, attaccando il racconto dei successivi dieci anni della sue esistenza. - Per essere me stesso e non un altro era necessario che mi liberassi al pi presto di tutti quei libri, quegli scrittori, quelle storie, quelle voci. Ci sono voluti dieci anni.
E prosegu dettando allo scriba come aveva fatto a liberarsi, a uno a uno, di tutti i libri che l'avevano influenzato Lo scriba mise su carta quanto segue: il principe aveva bruciato tutte le opere di Voltaire presenti nel casino di caccia perch pi lo leggeva pi si convinceva di non essere se stesso ma un francese di ingegno fine, intelligente, ateo e spiri toso. Quindi scrisse che dal casino di caccia erano state eliminate pure le opere di Schopenhauer perch il principe si identificava con quest'uomo capace di passare un'infinit di ore e giorni a meditare sulla propria volont: il risultato te muto era che il pessimista in cui si rifletteva avrebbe finite con il non essere per nulla un principe destinato ad ascende re al trono ottomano ma, in sostanza, lo stesso filosofo tede sco. Le opere di Rousseau, costate un patrimonio, erano sta te eliminate anch'esse, dopo essere state fatte a pezzi, perch trasformavano il principe in un selvaggio impegnato senza tregua a scoprirsi in flagranza di peccato. Ho fatto bruciare tutti gli autori francesi, Deltour, De Passet e Morelli, che descrivono il mondo come un luogo razionale, e Brichot, che invece afferma il contrario, perch quando li leggevo non vedeva in me il futuro sultano ma un professore polemico e ironico tutto preso a smontare le idee sbagliate dei suoi predecessori, dett il principe. Le mille e una notte le aveva messe a rogo perch i sultani che si aggiravano travestiti - e con cu: si era identificato leggendole - non potevano pi esserglo d'esempio. Il Macheti perch ogni volta che lo leggeva era
portato a sentirsi un codardo, pronto a sporcarsi le mani di sangue per la corona e, ancor peggio, a trarre dal fatto un poetico orgoglio anzich vergogna. Il Mesnevi di Mevlna l'aveva fatto rimuovere perch ogni volta che si lasciava distrarre dalle vicende contenute nella sua disorganica trama finiva con l'identificarsi con un santo derviscio ottimisticamente persuaso che le narrazioni disorganiche rappresentino l'essenza della vita. Seyh Galip l'ho bruciato di persona, perch ogni volta che lo leggevo mi sentivo un innamorato malinconico, - spiegava. - Bottfolio l'ho fatto ardere perch leggendolo mi sentivo un occidentale con la voglia di essere orientale, e Ibn Zerhani per il motivo opposto. Non desideravo sentirmi n occidentale n orientale, n ambizioso n folle, e nemmeno avventuroso, e comunque nessun personaggio libresco. Terminate queste esternazioni, iniziava un ritornello ossessivo riportato infinite volte nel corso di quei sei anni nei diari dello scriba: Volevo essere soltanto me stesso, me stesso, me stesso.
Ma sapeva che non era un'impresa facile. Dopo essersi liberato di una serie di libri e, di conseguenza, delle voci che da anni continuavano a ripetergli nella testa le narrazioni in essi racchiuse, il silenzio della mente gli risult insopportabile al punto che fin con riluttanza per inviare uno dei suoi uomini in citt a procurarne di nuovi. Dopo averli sfogliati come se li divorasse, letteralmente strappandoli dai pacchi, sulle prime ne confut e derise gli autori, quindi bruci anche questi, con la stessa furia e ritualit con cui arse i precedenti, ma poi, dal momento che continuava a sentire le voci e a imitarne gli autori, sped il suo uomo di nuovo a Babiali e a Beyoglu, dove c'erano ad attenderlo con ansia i commercianti di libri in lingua straniera, sperando di potersi liberare di loro leggendo altri libri ancora e pensando con amarezza che chiodo scaccia chiodo. Una volta deciso di diventare se stesso, il principe Osman Cellettin Effendi battagli contro questi libri per ben dieci anni, scrisse un giorno lo scriba, ma il principe lo corresse dicendo: Macch "battagli", scrivi: "Li strangol" !  Solo dopo aver trascorso dieci anni a strangolare i libri e le voci che dai libri risuonavano aveva capito che poteva diventare se stesso
unicamente alzando la voce contro queste voci; appunto pel questo aveva assunto uno scriba.
Durante quei dieci anni, il principe Osman Cellettir Effendi lott non soltanto con questi libri e racconti ma anche con tutto ci che gli impediva di essere se stesso, grida va ancora il principe dalla sommit delle scale; e lo scriba metteva su carta questa frase insieme a tutte quelle che seguirono, dettategli con identico fervore e la medesima febbrile convinzione di sempre, anche se ormai erano state ripetute migliaia di volte. Scrisse che in quei dieci anni il principe aveva combattuto non soltanto con i libri ma pure con tutto ci che lo influenzava allo stesso modo, visto che ogni mobile -tavoli, sedie, mensole - lo distraeva dal suo discorso interiore fornendogli motivi reali o fittizi di disagio, che il suo sguardo si posava su candelabri e portacenere che gli rendevano impossibile concentrarsi sull'idea di diventare se stesso, che i quadri appesi alle pareti, i vasi poggiati sulle mensole e i morbidi cuscini dei sof lo gettavano in uno sgradevole stato psicologico, e che tutti quegli orologi, coppe, penne e poltrone antiche trasudavano ricordi e associazioni di idee tal: da vietargli ci a cui aspirava.
Scrisse che, oltre a eliminare tutti quegli oggetti dalla propria vista un po' fracassandoli, un po' bruciandoli e un po buttandoli via, per tutti quei dieci anni il principe aveva proseguito a lottare con i ricordi che lo tramutavano in un altro Il principe disse: Perdo quasi la testa quando trovo d'improvviso, nei miei pensieri o nei miei sogni, un banale e minuscolo dettaglio, risalente al mio passato, che mi ha seguite come un assassino spietato o un pazzo che attende da anni d: concedersi un'incomprensibile vendetta. Doveva essere realmente terrificante, per un uomo che una volta salito sul trono ottomano avrebbe avuto per le mani le vite di milioni d: individui, ritrovare d'un tratto, nel corso dei propri pensieri, una scodella di fragole mangiate durante l'infanzia e un'osservazione stupida fatta da un qualunque eunuco di ha rem. Un sultano - macch, qualsiasi individuo! -, il cui dovere  essere se stesso, in totale dominio dei propri pensieri, della propria volont, della propria determinazione, deve opporsi con ogni energia a qualsiasi frammento di memoria (sempre cos casuale e arbitraria, poi!) gli proibisca di essere se stesso. E lo scriba scrisse: Allo scopo di combattere contro tutti i ricordi che deturpavano la purezza dei suoi pensieri e della sua volont, il principe Osman Cellettin Effendi elimin ogni fonte di odore in tutto il casino di caccia, butt via tutti gli indumenti e mobili personali, evit ogni rapporto con la narcotizzante arte chiamata musica e con il suo bianco pianoforte che smise di suonare, e fece dipingere di bianco tutte le stanze del casino di caccia.
Ma peggio di tutto, pi insopportabili di ricordi, oggetti e libri sono le persone, disse ancora il principe quando lo scriba gli ebbe riletto ci che gli aveva dettato standosene steso sul divano che non aveva ancora gettato via. Ce n'erano di tutti i tipi, e piombavano l nei momenti pi imprevisti e inopportuni, a riferirgli pettegolezzi di dubbio gusto e chiacchiere idiote. Cercando di compiere una buona azione, riuscivano solo a distruggere la sua tranquillit interiore. Pi che rasserenarlo, il loro affetto lo soffocava. Parlavano soltanto per dimostrare che avevano qualcosa da dire. Raccontavano aneddoti solo per convincerlo di essere interessanti. Volevano risultargli simpatico ma finivano col metterlo a disagio. Forse tutto questo non era cos importante, ma, afflitto com'era dal desiderio di essere se stesso, di essere lasciato solo con i suoi pensieri, ogni volta che giungeva in visita uno di quegli stolti, dopo averne ascoltato i pettegolezzi grevi, inutili e sciocchi, rimaneva per diverso tempo impossibilitato a essere se stesso. Il principe Osman Cellettin Effendi era convinto che il problema pi grave, per chi voglia essere se stesso,  la gente che lo circonda, scrisse a un certo punto lo | scriba, e pi avanti: Il piacere pi grande dell'uomo  plasmare gli altri a somiglianza di se stesso. Scrisse che la massima paura del principe era costituita dal fatto che, il giorno | in cui fosse asceso al trono, con questa gente sarebbe stato costretto ad allacciare rapporti quotidiani. Si viene comunque influenzati dalla piet che si prova per infelici, poveracci e disgraziati, diceva. E: Ne siamo influenzati perch, quando ci troviamo in compagnia di chi lo , diventiamo noi stessi ordinari e indistinti. E: Siamo anche influenzati da coloro che hanno una spiccata personalit e meritano rispetto, perch cominciamo inconsapevolmente a imitarli: anzi, a dire il vero sono proprio loro i pi pericolosi. E concludeva: Ma scrivi pure che li caccer tutti, in massa! E aggiungi anche che questa battaglia non la combatto esclusivamente per me stesso, per diventare me stesso, ma per la liberazione di milioni di persone.
Al sedicesimo anno di questa incredibile battaglia per la vita e la morte, intrapresa per emanciparsi dagli influssi altrui, una sera in cui stava lottando contro oggetti familiari, profumi che amava, libri che lo emozionavano, osservando attraverso le fessure delle persiane occidentalizzate la neve illuminata dalla luna che inondava i suoi vasti giardini, all'improvviso cap che questa battaglia in realt non era la sua ma quella di milioni di sventurati la cui esistenza era messa in pericolo dall'imminente rovina dell'impero ottomano. Infatti, come lo scriba annot negli ultimi sei anni della sua vita almeno diecimila volte sui diari, tutti coloro che non riescono a essere se stessi, tutte le civilt che ne copiano altre, i paesi che trovano la felicit nelle vicende storiche altrui sono condannati al crollo, alla distruzione e all'oblio. Cos, nel sedicesimo anno di autoesilio in quel casino di caccia ad attendere di salire al trono, nei giorni in cui - essendosi accorto che solo levando la voce delle proprie esperienze avrebbe potuto opporsi a quelle che si sentiva raccontare nella mente - stava per assumere uno scriba, il principe comprese che la sua battaglia personale e psicologica era stata in realt una lotta per la vita e la morte, l'ultima fase di una questione epocale che si presenta soltanto una volta ogni mille anni, l'ultimo gradino storico di un'evoluzione che fra qualche secolo gli storici potranno definire svolta.
Dopo quella notte, in cui il giardino coperto di neve era illuminato da una luna tale da ricordare la sbalorditiva va-stit dell'infinito, nei giorni in cui aveva iniziato a raccontare ogni mattino la sua vicenda e la sua scoperta al suo anziano, fedele e paziente scriba seduto alla scrivania di mogano, il principe si era finalmente ricordato di aver percepito gi da diverso tempo l'aspetto storicamente pi significativo di quella sua vicenda. Non aveva forse osservato con i suoi occhi, prima di autoesiliarsi in quel casino di caccia, che le
vie di Istanbul stavano cambiando giorno dopo giorno a imitazione di una citt immaginaria di un inesistente paese straniero ? Non sapeva forse che i tristi diseredati che affollavano queste vie modificavano il proprio abbigliamento osservando i viaggiatori occidentali e studiando le foto di forestieri che capitavano fra le loro mani ? Non aveva sentito dire che i poveri diavoli che di sera si radunavano attorno alla stufa nei piccoli caff dei quartieri desolati, invece di narrarsi i loro racconti tradizionali, si leggevano a reciproca edificazione le sconcezze pubblicate sui giornali da meschini autori che scopiazzavano Il conte di Montecristo o I tre moschettieri, musulmanizzandone i nomi dei personaggi ? Anzi, alla ricerca di un piacevole passatempo, non aveva lui stesso, un tempo, l'abitudine di frequentare i librai armeni che facevano uscire intere collane di questa robaccia scellerata ? Prima di manifestare la decisione e la volont di autoesiliarsi, non aveva forse avvertito lui stesso che il suo volto stava pian piano perdendo il suo misterioso significato di un tempo, esattamente come stava accadendo ai diseredati, agli infelici e ai disgraziati? Proprio cos! - scriveva lo scriba in risposta a ciascuna di queste domande, consapevole del fatto che era esattamente quello che il principe desiderava. - S, il principe si era accorto che anche il suo volto stava cambiando. Prima della fine dei due anni passati a lavorare con lo scriba - ci che facevano insieme, infatti, lo chiamava lavoro -, il principe gli fece appuntare ogni cosa: dalle diverse sirene di nave che sapeva imitare da bambino e dai lokum che ingurgitava fino agli incubi che aveva avuto e ai libri che aveva letto nei suoi quarantasette anni di vita, dai vestiti che preferiva a quelli che meno poteva soffrire, da tutte le malattie che aveva avuto fino a tutto ci che sapeva sugli animali; infinite volte dichiar di averlo fatto soppesando ciascuna frase, ciascuna parola alla luce dell'immensa verit che avevo scoperto. Ogni mattina, quando lo scriba si sedeva alla scrivania di mogano e lui si sistemava sul divano di fronte o iniziava a camminare attorno a essa o a salire e scendere per i due scaloni, sapevano probabilmente entrambi che non aveva pi niente di nuovo da dettare. Ma era un silenzio a cui anelavano tutti e due, visto che, com'era solito dire il
principe,  soltanto quando non resta pi nulla da raccontare che si arriva vicini a essere se stessi. Solo quando i fatti da narrare si sono esauriti, quando si avverte nell'intimo un silenzio profondo perch libri, ricordi, storie e la stessa memoria si sono spenti, solo allora si pu udire la propria vera voce, quella che pu davvero farci emergere dagli abissi dell'anima, dal buio degli interminabili labirinti del nostro essere.
Durante uno di quei giorni di attesa che la voce gli si levasse da un interiore pozzo senza fondo di narrazioni, il principe affront l'argomento delle donne e dell'amore, questione che - poich la riteneva la materia pi rischiosa -fino a quel momento aveva affrontato di rado. Ma da allora in poi trascorse quasi sei mesi di seguito a parlare delle sue vecchie fiamme, di relazioni che non potevano essere definite amori, della sua intimit con le donne dell'harem - donne che, a parte un paio, ricordava con piet e dolore -e con sua moglie.
L'aspetto pi orribile di quel tipo di intimit, secondo lui, era che pure una donna ordinaria, priva di doti particolari, pu, senza che noi ce ne accorgiamo, invadere una porzione notevole dei nostri pensieri. Durante la prima giovent, gli anni di matrimonio e gli inizi della residenza in quel casino di caccia sul Bosforo dopo aver lasciato moglie e figli - ovvero, fino ai trentacinque anni -, non si era preoccupato granch del fatto, visto che non si era ancora formata alcuna disposizione a diventare unicamente se stesso, libero da influssi. Anzi, dato che quella miserabile societ scimmiottata aveva insegnato a lui come a tutti che annullarsi nell'amore per una donna, per un ragazzo o per Dio - ovvero dissolversi nell'amore -  una cosa di cui andare fieri e sentirsi onorati, pure lui, come la folla delle strade, si sentiva orgogliose di essere innamorato.
Una volta chiusosi nel casino di caccia, dove avrebbe passato sei anni a leggere senza tregua, scoprendo alla fine che la questione pi importante della vita  se sia possibile e meno essere se stessi, il principe aveva subito deciso di comportarsi con molta cautela in materia di donne. Era vere che senza di loro si sentiva incompleto. Ma era anche vero che ogni donna con cui fosse stato in intimit avrebbe guastato
l'innocenza dei suoi pensieri e si sarebbe pian piano sistemata in mezzo ai suoi sogni, che ormai voleva originassero soltanto da lui stesso. Per qualche tempo si era chiesto se non sarebbe stato possibile rendersi immuni da quel veleno chiamato amore attraverso il maggior numero possibile di rapporti intimi, ma affrontava il problema con l'idea utilitaristica di assuefarsi all'amore fino a stancarsi delle sue ebbrezze, e di conseguenza non nutriva alcun interesse per queste donne. Sicch, dopo qualche tempo, si era ridotto a incontrarsi quasi esclusivamente con la signora Leyla, di cui era sicuro di non potersi innamorare perch, secondo le sue esatte parole raccolte dallo scriba, era la pi comune, insipida, irreprensibile e innocua fra tutte le donne di sua conoscenza. Il principe Osman Cellettin Effendi poteva metterle a nudo il cuore senza paura, convinto com'era che non si sarebbe mai innamorato di lei, scrisse una notte lo scriba (da qualche tempo avevano infatti iniziato a lavorare di notte). E invece, essendo l'unica donna a cui potevo aprire le porte del cuore, mi sono immediatamente innamorato di lei, - aveva aggiunto il principe. -  stato uno dei periodi pi terribili della mia vita.
Lo scriba scrisse dunque dei giorni in cui il principe e la signora Leyla si incontravano alla dimora e litigavano. La dama partiva in carrozza dalla casa del padre, un pasci, accompagnata dalle guardie del corpo, e c'impiegava mezza giornata ad arrivare al casino di caccia, dove insieme si sedevano a tavola a consumare un pasto sull'esempio di quelli di cui si leggeva nei romanzi francesi, conversando di poesia e musica come i raffinati personaggi di quei libri; e dopo mangiato, quando era ormai ora che la signora ripartisse per rientrare a casa, attaccavano una lite che metteva in grande agitazione i cuochi, i valletti e il cocchiere che origliavano agli usci socchiusi. Liti senza un motivo preciso, - spieg una volta il principe. - Mi seccavo con lei semplicemente perch era colpa sua se non riuscivo a essere me stesso, se i miei pensieri smarrivano la loro purezza, e non udivo pi la mia voce interiore. E la situazione si  protratta finch lei  morta in seguito a un incidente di cui non comprender mai se devo considerarmi responsabile o meno.
Quindi dett che la morte della signora Leyla l'aveva addolorato ma reso anche libero. Lo scriba, che stava sempre zitto, rispettoso e obbediente, fece allora una cosa mai fatta in tutti quei sei anni passati al suo fianco: tent di approfondire questa vicenda d'amore e morte tornandoci sopra in diverse occasioni, ma il principe affrontava l'argomento sole quando voleva, e come voleva.
Ad esempio, una notte, sedici mesi prima di morire, spieg che, se lui non era ancora riuscito a diventare se stesso, se nella battaglia combattuta per quindici anni in quel casino di caccia non aveva avuto alcun successo, allora pure le strade di Istanbul erano destinate a tramutarsi in quelle di una sfortunata citt incapace di essere se stessa, cos come le sventurate persone che attraversavano piazze, parchi e marciapiedi di questa citt - repliche di piazze, parchi e marciapiedi di altre citt - non sarebbero mai riuscite a conseguire se stesse; stava affermando che le conosceva tutte, queste strade della sua adorata Istanbul, e che, sebbene non avesse mai una sola volta messo piede fuori dal giardino de] casino di caccia, le aveva mantenute in vita nella propria fantasia insieme alle botteghe, alle strade, ai lampioni, una pel una, quando d'un tratto abbandon il suo solito tono irritato per dettare con voce roca e triste che, nel periodo in cui la signora Leyla veniva ogni giorno l con la sua carrozza, lui passava la maggior parte del tempo a immaginarsi quella carrozza a cavalli in corsa su quelle vie. Nei giorni in cui cercava disperatamente di essere se stesso, il principe Osmar Cellettin Effendi trascorreva met della giornata a figurarsi il percorso da Kuruesme al nostro casino di caccia su ura carrozza tirata da due cavalli, uno baio e l'altro nero; dopodich, pranzato e concluso il solito litigio, il resto della giornata lo passava a immaginare il viaggio di ritorno della carrozza che riportava la piangente signora Leyla alla casa dei padre, pi o meno seguendo a ritroso la medesima serie d: saliscendi, aveva scritto lo scriba con la calligrafia laboriosa e pedante di sempre.
Un'altra volta, per eliminare altre voci e altre storie che aveva ricominciato a sentire nella mente cento giorni prima della morte, il principe stava enumerando con rabbia i
personaggi che portava dentro di s da tutta la vita come una seconda anima, essendone pi o meno consapevole, quando all'improvviso inizi tranquillamente a dettare che, fra tutte le personalit che assumeva alla stregua di un infelice sultano costretto a camuffarsi ogni sera in un modo diverso, si era affezionato maggiormente a una, quella dell'uomo che aveva amato una donna dai capelli profumati di lill. Siccome rileggeva un'infinit di volte, con tenace meticolosit, ogni riga che gli veniva dettata, e siccome nei suoi sei anni di servizio era in tal modo giunto a conoscere il passato del principe e i suoi cumuli di ricordi fin nei minimi dettagli, tanto da appropriarsene e farli propri, lo scriba sapeva anche che la donna dai capelli profumati di lill era la signora Leyla: rammentava infatti di avere in un'altra occasione messo su carta la vicenda di un innamorato che non riusciva a diventare se stesso a causa di un profumo di lill che non poteva togliersi dalla testa, finch la donna dai capelli che sapevano di lill era rimasta uccisa in un incidente di cui l'innamorato non sarebbe mai stato sicuro se fosse stata colpa sua o meno.
Il principe, con il caratteristico fervore che precede la malattia, defin gli ultimi mesi di lavoro con lo scriba come un periodo di intenso lavoro, intensa speranza, intensa fede. Erano i tempi in cui il principe si sentiva risuonare forte nella testa la voce con cui dettava tutto il giorno e che, pi dettava e pi raccontava le proprie esperienze, pi lo faceva essere se stesso. Lavoravano fino a tardi, ma per quanto tardi fosse, ogni notte lo scriba montava sulla carrozza che lo stava attendendo nel giardino e se ne andava a casa sua, da dove il mattino dopo tornava di buon'ora a riprendere il suo posto alla scrivania di mogano.
Il principe narrava di regni crollati perch non riuscivano a essere se stessi, di stirpi distrutte perch ne imitavano altre, di popoli di terre lontane e sconosciute precipitati nell'oblio perch non avevano vissuto secondo i loro usi. Gli illiri, spariti dalla faccia del mondo perch per due secoli non avevano saputo trovare un re che con la semplice forza della sua personalit potesse insegnare loro a essere se stessi. Babele, niente affatto scomparsa per colpa della sfida levata da Nembrotte a Dio, come si ritiene comunemente, ma perch,
nello sforzo di impegnare tutti i suoi averi nella costruzione della torre, il re aveva prosciugato le risorse che avrebbero potuto permettere a Babele di essere se stessa. La popolazione nomade di Lapitia stava per passare a un'economia stanziale quando si era fatta incantare dagli Aytipali, con cui commerciava: abbandonatasi a un'imitazione totale di questi ultimi, era sparita. Il crollo dei sasanidi, dovuto, secondo la Storia di Tabari, al fatto che i loro ultimi tre signori (Kavaz, Ardair e Yazdirig) non erano mai riusciti a essere se stessi un solo giorno in tutta la vita, tanto erano affascinati dalle civilt bizantina, araba ed ebraica. Quando a Sardi, capitale della Lidia, venne eretto il primo tempio influenzato dalla cultura di Susa, ci vollero soltanto cinquant'anni perch il potente regno dei lidi crollasse e scomparisse dal palcoscenico della storia. I serberi furono un popolo di cui neppure gli storici sanno pi indicare la collocazione, non solo perch avevano smarrito i ricordi ma anche perch, giunti sul punto di costruire un grande impero asiatico, avevano scordate il mistero che faceva di loro ci che erano; dopodich avevano iniziato tutti a indossare abiti e ornamenti dei sarmati e a recitare le loro poesie, quasi fossero vittime di un'epidemia generalizzata. Medi, paflagoni, celti, dettava, e lo scribi aggiungeva prima ancora di averglielo sentito pronunciare: crollarono e scomparvero perch non seppero essere se stessi. A ora avanzata, stanchi morti di narrare vicende di morte e distruzione, si zittivano e rimanevano li ad ascoltare i frinire di una cicala nel silenzio della notte estiva.
Quando un giorno ventoso d'autunno il principe si becc un raffreddore e si mise a letto, proprio mentre le foglie infuocate dei castagni cominciavano a cadere nel laghetto d rane e ninfee che ornava il parco, nessuno dei due prese la cosa troppo sul serio. In quel periodo il principe non faceva altro che ripetere ostinatamente ci che sarebbe successo al la gente confusa che popolava le degenerate strade di Istanbul, sostenendo, nel caso in cui lui non fosse riuscito a diventare se stesso e a salire sul trono ottomano nel pieno possesso della sua personalit: Vedranno la loro vita con occhi altrui, ascolteranno racconti tradizionali di genti lontane a posto dei loro, ammireranno non il proprio volto ma quello di altri popoli. Si prepararono un t con i fiori dei tigli che crescevano nel parco, lo bevvero e proseguirono a lavorare fino alle ore piccole.
Il giorno dopo, quando sal al piano di sopra a prendere un'altra trapunta con cui coprire il suo febbricitante signore steso sul divano, lo scriba, come assistendo a un bizzarro incantamento, si rese conto che il casino di caccia, dove tavoli e sedie erano stati demoliti, le porte divelle e i mobili sradicati, era spoglio, tremendamente spoglio. Le stanze nude, le pareti, gli scaloni erano inondati da un biancore di sogno. In una delle camere vuote vide lo Steinway bianco, unico in tutta Istanbul, che risaliva all'infanzia del principe: non veniva suonato da anni, era stato completamente dimenticato e per questo non era stato gettato. Not anche il biancore della luce che penetrava nel casino di caccia attraverso le finestre come se cadesse su un altro pianeta: dava la sensazione che ogni ricordo fosse svanito, la memoria si fosse bloccata, ogni suono, odore e oggetto si fosse ritirato e il tempo stesso si fosse fermato. Mentre scendeva lo scalone tenendo fra le braccia una trapunta bianca che non emanava alcun profumo, ebbe l'impressione che il divano su cui era allungato il principe, la scrivania di mogano a cui lavorava da tanti anni, la carta bianca e le finestre fossero oggetti fragili, delicati e irreali come il mobilio di una casa di bambole. Mentre lo copriva con la trapunta, not il biancore della barba del suo signore, non rasata da un paio di giorni. Sul tavolino accanto alla sua testa vide un mezzo bicchiere d'acqua e alcune compresse bianche.
Questa notte ho sognato che mia madre mi stava aspettando in un bosco fitto e scuro di una terra lontana, dett il principe dal divano. Da una grande brocca scarlatta sgorgava l'acqua, ma lenta, quasi fosse boza, - dett ancora. - Allora ho capito che sono sopravvissuto grazie al fatto di essermi ostinato tutta la vita a essere me stesso. E lo scriba scrisse: Il principe Osman Cellettin Effendi trascorse tutta la sua vita ad aspettare il silenzio dentro se stesso che gli permettesse di prestare ascolto alle sue voci e alle sue storie. Ad aspettare il silenzio, ripet il principe. A Istanbul gli orologi non dovrebbero mai fermarsi, dett. Quando li guardavo nei miei sogni, - continu, mentre lo scriba scriveva, - avevo
sempre l'impressione che raccontassero storie altrui. Segu una pausa di silenzio. Invidio le pietre del deserto perch sono ci che sono, le rocce delle vette dove nessun essere umano ha mai messo piede, gli alberi delle vallate nascoste allo sguardo dell'uomo, dett ancora il principe, con calore e passione. Nel sogno, mentre vagavo nel giardino dei miei ricordi, attacc di nuovo, ma poi: No, basta. No, basta, scrisse puntigliosamente lo scriba. Ci fu un lungo, interminabile silenzio. Quindi lo scriba si alz dalla scrivania e si avvicin al divano dov'era steso il suo signore, lo osserv attentamente e torn in silenzio al suo posto di lavoro. Qui scrisse: Il principe Osman Cellettin Effendi mor, dopo aver dettato questa sua ultima frase, alle tre e un quarto di notte, il 7 Saban 1321, un gioved, nel suo casino di caccia sulle alture di Tesvikiye. Ma vent'anni pi tardi scrisse ancora con la sua calligrafia: Sul trono a cui il principe Osman Cellettin Effendi non visse abbastanza da ascendere, sette anni dopo si sedette Mehmet Resat Effendi, il fratello al quale, da bambino, aveva dato uno schiaffo sulla nuca; sotto il suo governo l'impero ottomano, entrato nella Grande Guerra, croll.
Il taccuino in questione l'aveva consegnato un discendente dello scriba a Celal Salik, fra le cui carte questo scritto  stato trovato dopo la sua morte.




Capitolo diciassettesimo.
Io che scrivo queste cose, invece.
Tu che leggi sei ancora tra i vivi; io che scrivo queste cose, invece, sono gi andato da tempo nella regione delle ombre.
EDGAR ALLAN POE.

Si, si, sono me stesso !, pens Galip non appena ebbe terminato di raccontare la vicenda del principe. S, sono io! Finita la storia, era talmente sicuro di essere diventato se stesso e cosi contento di esserci finalmente riuscito che pretese di andarsene subito da l per tornare al Palazzo Cuor della Citt, sedersi alla scrivania di Celal e scrivere una serie di rubriche nuove di zecca.
Nel taxi che prese fuori dall'albergo il conducente inizi a raccontargli una storia. E Galip, avendo ormai compreso che si pu essere se stessi soltanto raccontando storie, lo ascolt indulgente.
Una caldissima giornata d'estate di un secolo fa, attacc il taxista, gli ingegneri turchi e tedeschi che costruivano la stazione ferroviaria di Haydarpasa stavano lavorando ai loro calcoli stesi su un tavolo quando si present uno di quei tuffatori che rastrellavano il fondo del mare alla ricerca di qualche oggetto di valore. Aveva trovato una moneta su cui era raffigurato in rilievo un volto di donna. Era un viso strano e affascinante. Il giovane chiese dunque a uno degli ingegneri turchi al lavoro sotto un ombrello nero se potesse risolvergli il mistero di quel volto leggendo le lettere che c'erano sulla moneta. Il giovane ingegnere rimase cos colpito, non tanto dalle lettere quanto dall'incantevole espressione del viso dell'imperatrice bizantina, da farsi prendere da un senso di stupore, anzi di paura, che meravigli molto il tuffatore. In quel viso, infatti, c'era qualcosa che andava ben oltre le lettere arabe e latine che l'ingegnere scriveva sui suoi fogli: gli ricordava anche il volto della figlia di suo zio, la giovane
che a lungo aveva sognato di sposare, ma che, proprio in quel periodo, stava per andare sposa a un altro.
- S, dopo il posto di polizia di Tesvikiye la strada  bloccata, - rispose la voce del taxista alla sua domanda. - Sembra che abbiano sparato di nuovo a qualcuno.
Galip smont e prese la breve e angusta stradina che collega via Emlak a viale Tesvikiye. Nel punto in cui questa sbucava nel viale, i riflessi sull'asfalto bagnato delle luci azzurre delle auto di pattuglia parcheggiate avevano il colore smorto e malinconico delle insegne al neon. Sulla piazzetta di fronte alla bottega di Aladdin, dove le luci erano ancora accese, aleggiava un silenzio che non aveva mai sentito in vita sua, e che non avrebbe trovato strano soltanto nei sogni.
Il traffico era paralizzato. Gli alberi immobili. Non c'era un filo di vento. La piazzetta pareva un palcoscenico con luci e suoni artificiali. I manichini piazzati in vetrina fra le macchine da cucire Singer sembrava volessero unirsi ai poliziotti e agli altri funzionari pubblici. S, sono anch'io me stesso!, gli venne voglia di dire. Quando un flash esplose il suo lampo argenteo tra la folla di guardie e curiosi, not una cosa, come un ricordo balenato in sogno, una chiave ritrovata dopo vent'anni, un volto che non voleva vedere: a pochi passi dalla vetrina con le Singer, sul marciapiede, si stendeva una chiazza bianca. Una persona sola: Celal. Era coperto di giornali. E Rya dov'? Si avvicin.
Chiaramente visibile oltre la carta stampata che nascondeva tutto il corpo come una trapunta, la testa era riversa sul sudicio marciapiede fangoso come su un cuscino. Gli occhi erano aperti ma distratti, quasi stessero sognando; il viso aveva l'espressione di una persona stanca e smarrita nei propri pensieri, ma comunque pacifica, quasi stesse osservando le stelle; sembrava che dicesse: Mi sto riposando e sto sognando. E Ruya dov'era? Gli pareva tutto un gioco, une scherzo, poi si sent invadere dal rammarico. Non c'era traccia di sangue. Come aveva fatto a capire che si trattava d: Celal prima ancora di vedere il cadavere ? Sapete, gli venne voglia di dire, che non sapevo di sapere tutto ? Nella mente di Celal, o nella mia, o in quelle di tutti noi, c'era un pozzo un bottone, un bottone color viola: monete, tappi di bibite
bottoni ritrovati dietro l'armadio. Stiamo guardando le stelle fra i rami. Il cadavere sembrava che dicesse: Copritemi bene con la trapunta, in modo che non abbia freddo. Copritelo bene, pens, in modo che non abbia freddo. Lui stesso ebbe freddo. Sono me stesso! Vide che le pagine aperte stese l sopra il cadavere erano di vecchie copie del Milliyet e del I Tercman. Macchiate dei colori di un arcobaleno di petrolio. Proprio le pagine che tutti sfogliavano in cerca delle rubriche di Celal. Non aver freddo. Fa freddo.
Senti alla radio del furgone della polizia, attraverso il por-tellone aperto, una voce metallica che chiedeva dell'ispettore. Signore, dov' Ruya? Dov'? Dove? Semafori che cambiavano di colore senza alcun motivo, all'angolo. Verde. Rosso. E poi di nuovo: verde, rosso. Anche nella vetrina della pasticceria. Verde e rosso. Ricordo, ricordo, ricordo, diceva intanto Celal. Nella bottega di Aladdin le serrande | erano state calate, ma le luci erano accese. Che fosse in qualche modo un indizio ? Signor ispettore, gli venne voglia di dire, sto scrivendo il primo giallo turco e, come pu vedere, questo  il primo indizio. Le luci sono state lasciate accese. Per terra c'erano mozziconi di sigaretta, pezzi di carta, spazzatura. Si avvicin a un giovane poliziotto e cominci a fargli qualche domanda.
Il fatto era successo tra le nove e mezza e le dieci. L'aggressore era rimasto ignoto. Il poveretto era caduto a terra appena colpito. S, era un famoso giornalista. No, con lui non c'era nessuno. Anche il poliziotto non sapeva perch tenevano il cadavere ancora l. No, grazie, non fumava. Eh, s, quello del poliziotto  un mestiere difficile. No, con il morto non c'era nessuno, ne era certo, come mai glielo chiedeva ? E il signore che lavoro faceva? E perch si trovava l a quell'ora? | Poteva fargli vedere un documento ?
Mentre la sua carta d'identit veniva controllata, lui studi la trapunta di giornali che copriva il cadavere di Celal. Da una certa distanza si notava meglio che l'illuminazione della vetrina con i manichini spargeva sulla carta una luce ro-sastra. Pens: Signor poliziotto, il morto prestava molta attenzione a questi piccoli particolari. Quello della foto sono io, e la mia faccia  la mia faccia. Ecco, prenda. Grazie. Sar
meglio che vada. Sa, c' mia moglie che mi aspetta a casa. M: sembra di esserne uscito benissimo. Liscio come l'olio.
Pass davanti al Palazzo Cuor della Citt senza fermarsi, attravers la piazza di Nisantasi di corsa e aveva appena imboccato la strada di casa quando, per la prima volta da anni, un cane randagio, un bastardino color fango, gli si avvent contro abbaiando e ringhiando con aria feroce. Che fosse un segnale ? Cambi marciapiede. Chiss se le luci del soggiorno erano accese. Come ho fatto a non notarlo ?, si chiese in ascensore.
A casa non c'era nessuno. Nessuna traccia che Ruya fosse stata l, neanche per un attimo. Tutto gli provocava un dolore insopportabile, i mobili che toccava, le maniglie delle porte, forbici e cucchiai sparsi qua e l, i portacenere dove Ruya schiacciava i mozziconi, il tavolo dove insieme pranzavano, le poltrone tristi e desolate dove un tempo sedevano uno di fronte all'altra; tutte cose di una malinconia intollerabile. Si precipit fuori di corsa.
Vag a lungo per le strade. Su quelle che salgono da Nisantasi a Sisli, per i marciapiedi su cui da bambini lui e Ruya correvano eccitatissimi verso il cinema Site, non si vedevi nessun movimento oltre a quello dei cani che frugavano ne: bidoni della spazzatura. Quante storie hai scritto, su questi cani ? E quante ne scriver io ? Dopo una camminata interminabile aggir la piazza di Tesvikiye per la strada dietro l moschea: come prevedeva, i piedi lo riportarono per conte loro all'angolo dove tre quarti d'ora prima era steso il cada vere di Celal. Ma non c'era pi nessuno. Insieme al cadavere erano scomparsi anche i cronisti, le auto della polizia, l lolla. Nella luce al neon riflessa dalla vetrina delle macchine da cucire adorne di manichini non vide alcuna traccia de punto in cui prima giaceva il cadavere di Celal. I giornali ch lo coprivano dovevano essere stati raccolti con meticolosa cura. Davanti al posto di polizia c'era, come sempre, un agente per la guardia notturna.
Quando entr nel Palazzo Cuor della Citt si sentivi stanco in un modo che non gli era abituale. L'appartamento di Celal, che riproduceva con tanta fedelt il passato, gli parve straziante, sorprendente e al tempo stesso familiare
come pu apparire la casa a un soldato che vi torna dopo anni di guerra e avventure. Com'era lontano quel passato! Anche se non erano ancora trascorse sei ore da quando ne era uscito. Il passato era invitante come il sonno. Innocente come un bambino - e quasi altrettanto colpevole -, si infil nel letto di Celal: chiuse gli occhi, augurandosi dei sogni irreprensibili su rubriche di giornali, luci di lampioni, fotografie, misteri, Ruya e tutto ci di cui da lungo tempo era in cerca, e si addorment.
Al risveglio pens: E sabato mattina. Mentre in realt era mezzogiorno. Una giornata esente da studio legale e processi. Senza mettersi le ciabatte and a prendere la copia del Milliyet che era stata infilata sotto la porta. Celal salir  stato assassinato. La notizia era accompagnata da una foto del cadavere prima che fosse coperto con i giornali. L'intera pagina era dedicata a lui, con frasi di circostanza del primo ministro e di altri personaggi pubblici e celebrit. Il pezzo intitolato Toma a casa, peraltro scritto da Galip, era stato inserito in una cornice e fatto uscire con l'occhiello La sua ultima rubrica, insieme a una sua graziosa foto recente. Secondo i famosi personaggi interpellati, avevano sparato contro la democrazia, la libert di parola e la pace: insomma, contro i bei concetti che la gente non perde mai occasione di enunciare in simili circostanze. Erano state prese misure adeguate per assicurare il colpevole alla giustizia.
Si sedette a fumare alla scrivania, da cui traboccavano carte e nuovi ritagli. Rimase If a lungo, in pigiama, con la sigaretta in mano. Quando suon il campanello della porta, ebbe l'impressione di aver fumato per un'ora sempre la stessa sigaretta. Era la signora Kamer. Dapprima se ne stette l con la chiave in mano, guardandolo come se avesse visto un fantasma, poi entr e, non appena fu crollata nella poltrona accanto al telefono, scoppi in lacrime. Erano tutti convinti che fosse morto anche lui, spieg. Ormai da diversi giorni erano preoccupatissimi per tutti e due. Non appena aveva letto la notizia, quel mattino, si era precipitata da zia Hle. Aveva visto la folla raccolta davanti alla bottega di Aladdin aperta. Ed era stato cos che aveva scoperto che il corpo di Ruya era stato trovato l dentro solo quel mattino. Aprendo
il negozio, Aladdin aveva visto il cadavere, steso fra le bambole come se dormisse.
Lettore, caro lettore, a questo punto del mio libro permettimi di intervenire almeno una volta prima di mandare queste righe in composizione, visto che ho cercato con grande precisione - avrai notato lo sforzo che ho fatto, oltretutto sempre mosso dalle migliori intenzioni - di tenere il narratore separato dal protagonista, anche se non ci sono riuscito fino in fondo, oltre che le rubriche di giornale dalle pagine ir cui si racconta lo svolgimento della trama. In certi libri ci sono passi in grado di penetrarci cos a fondo che non possiamo pi scordarli, non tanto per la bravura dell'autore quanto perch la vicenda pare scorrere per conto suo, quasi si fosse scritta da s. Simili passi ci rimangono nella mente, o nei cuore - o comunque tu voglia chiamarlo -, non tanto come portentose creazioni di un mastro artigiano quanto come mo menti teneri, strazianti e dolorosi, che ricorderemo per anni e addirittura oltre alla stregua dei periodi d'inferno (o paradiso) che viviamo realmente. Quindi, vedi, se fossi un eccellente maestro della parola invece che l'ultimo arrivato tra i rubricisti, sarei sicuro che questa  una delle pagine della mia opera intitolata Ruya e Galip che potrebbero rimanere in mente per anni ai miei sensibili e intelligenti lettori. Ma  un tipo di certezza di cui non dispongo; perequante riguarda i. mio talento e il mio lavoro sono realista.  per questo che si questa pagina, caro lettore, vorrei lasciarti solo con i tuoi ricordi. E il modo migliore per farlo sarebbe suggerire al tipografo di coprire del tutto le pagine successive con un inchiostro nero. In modo che potessi essere tu a usare la tua fantasia allo scopo di creare ci a cui io non so rendere giustizia con la mia prosa. E, per descrivere il nero del sogno in cui m: sono trovato sprofondato nel punto in cui ho interrotto la mia storia, ricordati il silenzio da cui  stata inondata la mia mente nel corso delle successive vicende, che ho vissuto come fossi sonnambulo. Considera dunque le pagine che seguono, le pagine nere, alla stregua dei ricordi di un sonnambulo.
Kamer raccont di essere corsa dalla bottega di Aladdin fin da zia Hle. Vi aveva trovato tutti in lacrime, sicuro che fosse morto anche lui. E lei aveva finalmente svelato il
segreto di Celal: aveva spiegato che da anni si nascondeva nell'appartamento all'ultimo piano del Palazzo Cuor della Citt, dove nell'ultima settimana erano andati a stare con lui anche Ruya e Galip. Per questo i famigliari si erano ulteriore mente convinti che fosse morto pure lui come la moglie. Poi, quando era tornata al palazzo, Ismail le aveva detto: Va' di sopra a dare un'occhiata!  Giunta l con la chiave, prima di aprire la porta era stata presa da una singolare paura, seguita dalla premonizione che lui fosse vivo. Portava una gonna color pistacchio che le aveva visto addosso molte volte, e un grembiule sudicio.
Pi tardi, andato da lei, Galip not che zia Hle indossava un vestito di una stoffa dello stesso color pistacchio, con sopra stampata una rigogliosa fioritura color viola. Una semplice coincidenza o un modo per rammentargli che il mondo, come il giardino della memoria,  magico ? Raccont a sua madre, suo padre, zio Melih, zia Suzan e tutti gli altri, in lacrime, che lui e Ruya erano tornati da Izmir e che in quei cinque giorni avevano trascorso gran parte del loro tempo, a volte anche tutta la notte, con Celal al Palazzo Cuor della Citt, dove Celal aveva acquistato da diversi anni l'appartamento all'ultimo piano, senza per farlo sapere a nessuno. Stava nascosto perch c'era qualcuno che lo minacciava.
Nel pomeriggio, stava ripetendo la medesima storia all'agente del Servizio investigativo nazionale e al giudice che aveva voluto raccogliere la sua deposizione, quando gli scapp di tirare in ballo la voce telefonica, diffondendovisi a lungo. Ma non riusc a trascinare queste due persone, immerse nella loro aria di sufficienza, nella sua storia. Si senti inerme, incapace di sfuggire alle proprie fantasie e al tempo stesso di coinvolgervi altri. La sua mente era inondata da un silenzio profondo e impenetrabile.
Verso sera si ritrov nella stanza di Vasif. Forse perch era l'unica dove non si piangesse, vi pot osservare ancora una volta i segni incorrotti di una felice vita famigliare che ormai apparteneva al passato: i pesciolini rossi giapponesi, degenerati a causa dei matrimoni tra consanguinei, nuotavano beati nell'acquario. Carbonella, la gatta di zia Hle, si era stesa sul bordo del tappeto e scrutava Vasif con aria assente.
Quest'ultimo, dal canto suo, se ne stava seduto sull'orlo del letto a studiare un fascio di carte che aveva in mano. Telegrammi di condoglianze spediti da centinaia di persone, dal primo ministro gi gi fino al pi anonimo dei lettori. Gli vide in viso la stessa espressione stupita e giocosa di quando se ne stava seduto tra lui e Ruya, su quello stesso angolo del letto, a sfogliare i nuovi ritagli. La stanza era illuminata dalla stessa poca luce di quando vi si incontravano prima della cena preparata loro dalla nonna e poi da zia Hle. Una luce soporifera da lampadina a pochi watt, senza paralume, inesorabilmente e perfettamente adeguata ai colori sbiaditi di mobili e tappezzeria, che gli fece tornare alla mente il dolore e la tristezza della sua vita con Ruya: ne venne invaso come da un male incurabile. Ormai tristezza e dolore si erano trasfigurati in un ricordo piacevole. Fece alzare Vasif. Spense la luce. E, senza spogliarsi, si infil tra le coperte, come un bambino che prima di addormentarsi ha un gran desiderio di piangere. Dorm dodici ore di fila.
Il giorno dopo, al funerale, nella moschea di Tesvikiye, ebbe un rapido incontro con il direttore del giornale; gli spieg che Celal custodiva diverse scatole di pezzi inediti: sebbene la settimana prima avesse consegnato poche rubriche, aveva continuato a lavorare senza tregua, aveva realizzato alcuni suoi vecchi progetti, aveva completato alcuni articoli rimasti a met e aveva pure composto un'allegra serie di pezzi su argomenti mai affrontati. Il direttore replic che li avrebbe di sicuro pubblicati nella solita posizione della rubrica. Fu cos che lui si trov spianata davanti la strada di una carriera letteraria destinata a durare diversi anni, occupando lo spazio di Celal. Quando il corteo usc dalla moschea di Tevikiye, avviandosi verso la piazza di Niantai dov'era in attesa il carro funebre, vide Aladdin che li seguiva con lo sguardo distratto dall'ingresso della sua bottega. Teneva in mano una bambola che stava avvolgendo in un pezzo di carta da giornale.
Fu la notte dopo aver portato in redazione al Milliyet il primo gruppo di articoli nuovi di Celal che sogn per la prima volta Ruya in relazione a quella bambola. Aveva consegnato il lavoro di Celal e ascoltato espressioni di dolore e
cordoglio di amici e avversari, tra i quali il vecchio Negati, seguite da una sfilza di ipotesi sull'omicidio, e poi si era ritirato nell'ufficio di Celal a sfogliare i giornali che si erano ammucchiati sulla scrivania negli ultimi cinque giorni. Tra i necrologi, tutti compassionevoli e iperbolici, e gli articoli che ricordavano altri simili omicidi avvenuti nella recente storia della Turchia - tendenti ad addossarne la responsabilit agli armeni, alla mafia turca (gli venne voglia di correggere ai banditi di Beyoglu in inchiostro verde), a comunisti, contrabbandieri di sigarette, greci, fondamentalisti islamici, estremisti di destra, russi, naksibendi -, la sua attenzione fu richiamata da un pezzo scritto da un giovane cronista sul comportamento dell'assassino. Un pezzo, uscito sul Cumhuriyet il giorno del funerale, conciso e chiaro, ma composto in uno stile alquanto retorico: le persone coinvolte nel fatto non venivano indicate per nome ma con il loro stato sociale, scritto con la maiuscola.
Il Famoso Rubricista e sua Sorella erano usciti dalla casa del Rubricista, a Nisantasi, alle sette di venerd per andare al cinema Konak. Il film - Tornando a casa - era terminato alle nove e venticinque; il Rubricista e la Sorella (moglie di un giovane Avvocato) - era la prima volta che si vedeva citato in un giornale, seppure fra parentesi - ne erano usciti confusi tra la folla degli spettatori. La neve, che a Istanbul cadeva ormai da dieci giorni, era cessata, ma continuava a far freddo. Avevano percorso viale Valikonagi ed erano saliti a Tesvikiye per via Emlak. Giunti all'altezza del posto di polizia, alle nove e trentacinque, si erano trovati davanti la morte. L'Assassino, che si era servito di una pistola del tipo Kirikkale, assegnato al personale militare in pensione, aveva molto probabilmente tirato soltanto al Famoso Rubricista, ma li aveva colpiti entrambi. Forse a causa della durezza del grilletto, dei cinque proiettili sparati tre avevano raggiunto il Rubricista, uno la Sorella e uno si era andato a conficcare nel muro esterno della moschea di Tesvikiye. Il Rubricista era morto all'istante, colpito al cuore da uno dei proiettili. Un altro aveva schiacciato la penna che teneva nella tasca sinistra della giacca - coincidenza che aveva fatto letteralmente impazzire i giornalisti - e per questo la sua camicia era pi
sporca di inchiostro verde che di sangue. La Sorella, gravemente ferita al polmone sinistro, era riuscita a trascinarsi fino alla bottega situata alla stessa distanza del posto di polizia dal luogo del delitto. Il cronista, quasi fosse un detective tutto preso a commentare una scena chiave di un film girato e fatto riavvolgere un'infinit di volte, spiegava che la Sorella era entrata lentamente nel negozio di tabacchi e giornali, noto come bottega di Aladdin, dove per il titolare non l'aveva vista, avendo cercato riparo dietro un enorme castagno. Adesso andava in scena una sorta di balletto sotto le luci blu: la Sorella entrava nella bottega procedendo a fatica, e crollava a terra in un angolo, fra le bambole. Poi il film aumentava di ritmo e diventava assurdo. Il Bottegaio, affaccendato a ritirare i giornali appesi al tronco prima di chiudere, si allarmava udendo i colpi ma, non vedendo la Sorella entrare nel suo negozio, tirava gi la serranda e scappava in fretta e furia dal luogo del delitto, di corsa verso casa.
Sebbene nell'esercizio, noto come bottega di Aladdin, le luci fossero rimaste accese tutta la notte, n la polizia che indagava in zona n nessun'altra persona avevano notato la giovane agonizzante. Comunque le autorit ritenevano piuttosto strano che, oltre a non essere intervenuto, l'agente di guardia sul marciapiede di fronte non si fosse nemmeno accorto che nella sparatoria era rimasta coinvolta una seconda persona.
L'Assassino era fuggito verso una direzione ignota. Un cittadino si era per fatto volontariamente avanti per informare le autorit che, entrato nella bottega di Aladdin per acquistare un biglietto della lotteria, aveva notato, pochi istanti prima del fatto, un'inquietante figura con un bizzarro costume e una cappa degni di un film storico (sembrava il sultano Mehmet il Conquistatore): ne aveva persino parlato con fervore a moglie e cognata prima di leggere la notizia sui giornali. Il giovane cronista terminava l'articolo con l'auspicio che anche quell'ultimo indizio non restasse vittima di approssimazione e inettitudine come la giovane trovata morta fra le bambole.
E quella notte lui sogn appunto Rya fra le bambole della bottega di Aladdin. Non era morta. Lo stava aspettando
e respirava lievemente al buio all'unisono con le bambole, strizzandogli l'occhio, ma lui era in ritardo, chiss per quale motivo, non riusciva ad arrivare l e non poteva fare altro che i osservare tra le lacrime, fuori dalla finestra del Palazzo Cuor J della Citt, la luce della vetrina della bottega riflessa dal marciapiede innevato.
Un mattino di sole, agli inizi di febbraio, suo padre gli disse che zio Melih aveva ottenuto risposta alla richiesta fatta presso l'ufficio catastale di Sisli: risultava che Celal era proprietario di un altro appartamento in una strada secondaria di Nisantasi.
Ci andarono, lui e lo zio, portandosi dietro un mastro chiavaio gobbo; era in uno dei vecchi vicoli del quartiere, al-* l'ultimo piano di uno di quei palazzi a tre o quattro piani dal- f la facciata nera di fuliggine e fumo e dall'intonaco scrostato a strisce come la pelle di un malato incurabile. Una strada pavimentata di lastroni di pietra e con i marciapiedi pieni zeppi di buche, un fatto che lo obbligava sempre a chiedersi, ogni volta che capitava in un luogo del genere, come mai i ricchi potessero decidere di andare ad abitare in un posto cos miserabile, o, al contrario, perch mai gente che abitava in un posto del genere dovesse essere considerata ricca. Il chiavaio non ci mise nulla ad aprire la serratura consunta di una porta su cui non vi era alcun nome.
Sul fondo dell'appartamento c'erano due minuscole camerette, ciascuna con un letto. Nella parte anteriore, invece, videro un piccolo soggiorno, che si affacciava sulla strada ed era illuminato dal sole, con al centro un grande tavolo da pranzo; c'era inoltre una coppia di poltrone accostate al tavolo pieno di ritagli su omicidi recenti, fotografie, pubblicazioni di cinema e sport, gli ultimi numeri di certi giornalini per bambini che risalivano alla sua infanzia, tipo Tom Mix e Tex, libri gialli, fasci di carte e riviste. I gusci di pistacchio ammucchiati nel grosso portacenere di rame gli fecero capire senza ombra di dubbio che a quel tavolino si era di sicuro seduta Ruya.
Nella stanza che doveva essere di Celal trov alcune confezioni di un acutizzatore della memoria - lo Mnemonics -, vasodilatatori, aspirine e scatole di fiammiferi. Ci che vide in
quella di Rya, invece, gli fece venire in mente che, andandosene di casa, sua moglie non aveva preso con s molta roba: un po' di trucco, ciabatte, portachiavi portafortuna senza nessuna chiave e una spazzola col dorso a specchio. Fiss cos a lungo gli oggetti sistemati su una Thonet nella stanza vuota dalle pareti spoglie che per un istante si liber dall'incanto dell'illusione e si persuase di aver finalmente scoperto il significato secondario che questi gli segnalavano, il mistero represso che si nasconde in questo mondo. Sono venuti qui per raccontarsi un po' di storie tra loro, si disse una volta tornato da zio Melih, ancora senza fiato per aver salito tutte quelle scale. Dal modo in cui le carte erano poggiate sul tavolo si capiva che Ruya aveva iniziato a mettere per iscritto le storie che le dettava Celal, seduto nella poltrona sulla sinistra, dove in quel momento si era sistemato lo zio, mentre lei lo ascoltava da quella di fronte. Se le ficc in tasca, quelle storie - pi avanti gli sarebbero tornate assai utili per preparare i pezzi per il Milliyet -, e forn a zio Melih la spiegazione che il vecchio si attendeva senza peraltro mostrare eccessiva impazienza.
Celal soffriva da un pezzo di un terribile disturbo della memoria scoperto da un famoso medico inglese, il dottor Cole Ridge, il quale per non era in grado di trovare una cura. Quindi si nascondeva in questi appartamenti per tenere segreto a tutti il suo male, chiedendo per di continuo a lui e a Ruya di dargli una mano. Per questo, di tanto in tanto uno di loro due passava la notte ad ascoltare i suoi racconti, talvolta addirittura a trascriverli, allo scopo di aiutarlo a ricordare e ricostruire il passato. Quando fuori nevicava, Celal poteva tirare avanti a raccontare per ore le sue interminabili storie.
Zio Melih, come se avesse compreso tutto molto bene, si fece silenzioso. Poi si mise a piangere. Si accese una sigaretta. Ebbe un leggero attacco d'asma. Disse che Celal aveva sempre avuto idee sbagliate. Gli era venuta questa strana mania di pareggiare i conti con la famiglia che l'aveva cacciato fuori dal Palazzo Cuor della Citt, per non parlare del cattivo trattamento subito insieme alla madre in seguito al secondo matrimonio del padre. Mentre lui gli voleva bene almeno
quanto a Rya. E adesso era rimasto senza figli. Anzi, no: adesso il suo unico figlio era lui, Galip.
Lacrime. Silenzio. I rumori interni di una casa sconosciuta. Gli venne voglia di chiedere allo zio di andarsi a comprare una bottiglia di raki alla bottega sull'angolo e tornare a casa. Invece si pose una domanda su cui non sarebbe mai pi tornato e che i lettori che intendono persi la farebbero meglio a evitare (saltando il paragrafo seguente).
A causa di quali storie, favole e ricordi fioriti nel giardino della memoria, Rya e Celal avevano ritenuto necessario escluderlo ? Perch lui non era capace di raccontare le storie ? Perch non era brillante e allegro come loro ? Perch certe storie non le comprendeva affatto ? Perch guastava il loro divertimento con la sua sincera venerazione per Celal? Perch avevano voluto sfuggire all'ostinata malinconia che sembrava emanare da lui come una malattia contagiosa ?
Si accorse che Ruya aveva infilato una coppa di plastica per yogurt sotto la valvola del termosifone che perdeva, esattamente come a casa.
Verso la fine dell'estate lasci libero l'appartamento che aveva affittato con Rya - i mobili parevano tesi in smorfie di dolore, e non era possibile continuare a vivere fra tutti quegli oggetti che gli ricordavano la moglie in un modo insopportabile - e si trasfer a casa di Celal, al Palazzo Cuor della Citt. Come non era riuscito a guardare il cadavere di Ruya, cosi non aveva voluto vedere la roba di sua moglie che il padre aveva venduto o regalato. Non poteva pi fantasticare che sarebbero tornati a vivere insieme, quasi riprendessero la lettura di un libro interrotto a met, come faceva ottimisticamente nei sogni in cui Rya continuava a ricomparire da questo o quel posto esattamente come aveva fatto dopo il primo matrimonio. Le giornate roventi dell'estate gli sembrarono interminabili.
Alla fine dell'estate ci fu un colpo di stato militare. Un nuovo governo, formato da cauti patrioti non sprofondati fino al collo nel pantano chiamato politica, annunci che tutti i responsabili di omicidi politici sarebbero stati catturati. In risposta, i giornalisti, a cui la censura lasciava ormai ben poco spazio, rammentarono con parole gentili e remissive, in
occasione del primo anniversario della sua morte, che pure il caso Celal Salik non era ancora stato risolto. Uno dei giornali - chiss perch non il Milliyet, su cui Celal scriveva - promise una lauta ricompensa a chiunque avesse fornito informazioni atte a favorire la cattura dell'assassino. Una cifra sufficiente per acquistare un camion, o un piccolo mulino, o un negozio di frutta e verdura in grado di garantire un regolare reddito mensile per tutta la vita. Fu cos che cominciarono i moti e gli entusiasmi per far luce sul mistero del caso Celal Salik. I responsabili della legge marziale nelle citt di provincia si erano anch'essi rimboccati le maniche nell'impresa, non volendo perdere l'ultima occasione di diventare famosi.
Lo stile della mia prosa vi fa probabilmente capire che sono di nuovo io a raccontare tutto quello che segui. Nelle giornate in cui i castagni riprendevano a mettere le foglie mi tramutai da malinconico in arrabbiato. Un arrabbiato che non prestava molta attenzione alle notizie comunicate a Istanbul dai giornalisti di provincia, secondo i quali le indagini sarebbero proseguite sotto la massima copertura. Una settimana, a questo arrabbiato toccava leggere che l'assassino era stato catturato in una citt di montagna di cui aveva appena sentito parlare in occasione di un incidente che, nei dintorni, aveva fatto fracassare in fondo a un burrone un pullman di giocatori di calcio con i loro tifosi; quella dopo sembrava che il sospetto fosse stato arrestato in una citt di mare con lo sguardo nostalgicamente perduto sul profilo del paese confinante che gli avrebbe versato un mucchio di soldi perch commettesse il delitto. Visto che queste notizie non soltanto incoraggiavano svariate persone che mai avrebbero pensato di denunciare qualcuno, ma stimolavano anche un'operosa concorrenza tra i diversi responsabili locali della legge marziale, all'inizio dell'estate ne arriv una nuova ondata, secondo cui l'assassino sarebbe stato preso. Fu allora che i funzionari dei servizi di sicurezza iniziarono a trascinarmi nottetempo al comando locale allo scopo di ottenere informazioni e un'identificazione.
Oltre ad avere imposto il coprifuoco, le autorit facevano togliere l'energia elettrica dalla mezzanotte al mattino,
visto che il Comune non aveva denaro sufficiente per tenere in funzione i generatori con continuit, sicch le notti a Istanbul erano diventate buie come quelle delle sperdute cittadine popolate da gente tutta religione e cimitero. Chiusi com'eravamo in una situazione in cui dominava un'oscurit terrorizzante e in cui i macellai clandestini procedevano a furiosi stermini di massa di vecchi ronzini, la vita dell'inte-ro paese era divisa in due fazioni opposte come da un coltello. Verso mezzanotte emergevo pian piano dal fumo che circondava la scrivania dove avevo scritto l'ultima rubrica con un'ispirazione e una creativit degne di Celal, scendevo le scale del Palazzo Cuor della Citt e uscivo sul marciapiede deserto ad aspettare l'auto della polizia che mi avrebbe accompagnato al quartier generale del Servizio investigativo nazionale, sulle alture di Besiktas, un luogo che assomigliava a un castello circondato da alte mura. La citt era deserta e immobile, ma quel posto fremeva di attivit e lame di luce che fendevano il buio.
Mi esibivano istantanee di giovani privati del sonno, con espressioni sognanti, cerchi rossi sotto gli occhi, capelli scarmigliati. Alcuni di questi occhi assomigliavano a quelli neri del figlio dell'acquaiolo che veniva da noi con suo padre, due occhi in grado di mandare a memoria tutto il mobilio dell'appartamento nel poco tempo necessario a riempire il serbatoio dell'acqua. Altri ricordavano il disinvolto e brufoloso amico del fratello di un amico venuto a salutare Ruya nei cinque minuti d'intervallo, al cinema, mentre lei divorava con gusto il suo gelato, fregandosene altamente che con lei ci fosse o meno il cugino; altri il commesso nostro coetaneo, i cui occhi sonnolenti non si stancavano mai di seguire attraverso la porta della vecchia merceria gli studenti che tornavano a casa da scuola; altri ancora - ed era la cosa pi terribile - non facevano venire in mente nessuno, non stabilivano per nulla un collegamento con alcunch e alcuno. Guardavo questi volti vacui e al tempo stesso spaventosi, messi in mostra contro le pareti del posto di polizia, scrostate, sudicie e macchiate di chiss cosa, e quando stavo per distinguere fra la nebbia dei miei ricordi una vaga ombra che non si decideva se farsi definitivamente nitida o rimanere del tutto oscura, ossia quando ero
incerto e confuso, gli zelanti agenti da cui ero circondato mi facevano coraggio, fornendomi notizie tendenziose sull'identit delle facce spettrali raffigurate in quelle istantanee: questo qui  stato beccato, grazie a una dritta, in un caff di Sivas frequentato dai lupi grigi, ed  responsabile di altri quattro omicidi; quest'altro - un ragazzo a cui non erano ancora cresciuti i baffi - ha pubblicato su un giornale fiancheggiatore di Enver Hoxha un lungo articolo in cui indicava in Celal un obiettivo da colpire a tutti i costi; questo - un uomo senza un bottone della giacca - lo stiamo trasferendo qui da Malatya: era maestro e insisteva a dire ai suoi scolaretti di nove anni che Celal doveva essere massacrato per essersi reso colpevole di bestemmia nei confronti di una grande personalit religiosa, per via del famoso pezzo di quindici anni fa su Mevlana; questo qui - un ometto timido, di mezza et, dall'aria paterna -  un ubriaco che in una taverna di Beyoglu si  lasciato andare a uno sproloquio sull'urgenza di ripulire la nostra terra da tutti i microbi, inducendo gli avventori del tavolo accanto - peraltro motivati esclusivamente dalla taglia offerta dal giornale - a denunciarlo alla questura di Beyoglu, dichiarando che tra i microbi aveva indicato il nome di Celal. Signor Galip, non li conosce, per caso, questi ubriaconi, questi parassiti perduti nei loro sogni a occhi aperti, questi sventurati, questi disgraziati ? In tutti questi anni non le  mai capitato di vedere Celal in compagnia di una di queste facce visionarie o colpevoli? E via con le foto, una dietro l'altra.
A met estate, quando furono emesse le nuove banconote da cinquemila lire turche con sopra l'immagine di Mevlana, lessi sui quotidiani i necrologi di un colonnello in pensione di nome Fatih Mehmet Ucnc. In quello stesso rovente mese di luglio le imperiose visite notturne cominciarono ad aumentare e le istantanee piazzatemi davanti si moltiplica-rono. Vidi facce ancora pi tristi, lugubri, spaventose e incredibili di quelle della piccola collezione di Celal: riparatori di biciclette, studenti di archeologia, addetti al finissaggio dei tessuti, benzinai, garzoni di drogherie, controfigure della Yes^iLjam, baristi, autori di trattati religiosi, controllori di autobus, addetti ai parchi, bulli da night, giovani contabili, venditori di enciclopedie... Sottoposti a tortura, malmenati,
pi o meno picchiati; rivolgevano tutti quanti all'obiettivo un'espressione che diceva non sono qui o comunque sono un altro, nascondendo la paura e il dolore del viso, quasi volessero far sparire il mistero perduto, posato sul fondo dei loro cumuli di ricordi ma dimenticato, e in quanto dimenticato non rimpianto, quella conoscenza segreta che avrebbero tanto voluto buttare con tutto il resto nel famoso pozzo senza fondo, in modo che non ricomparisse mai pi.
Siccome non desidero pi tornare sulle mosse predeterminate - seppure poi da me compiute in maniera del tutto inconsapevole - allo scopo di verificare come siano sistemate le diverse pedine di questo finale di partita, che a me (e ovviamente anche ai miei lettori) pare scontato, avevo in mente di non parlare delle lettere che ho visto nei volti ritratti in quelle foto. Ma durante una di quelle notti senza fine passate al castello (o sar meglio chiamarlo fortezza?), nel cui corso respinsi con la consueta sicurezza tutte le facce che mi venivano sottoposte, l'agente del Servizio investigativo nazionale - un colonnello, come appresi in seguito - mi pose una domanda. Le lettere, - chiese, - non distingue neanche le lettere? Poi, con professionale saggezza, aggiunse: Sappiamo pure noi quanto sia difficile essere se stessi in questo paese. Ma se ci aiutasse sarebbe meglio.
Una notte ascoltai le illazioni di un tondeggiante maggiore circa la fede nel Messia che ancora sopravvive tra i resti degli ordini sufi in Anatolia, evocati non a conclusione di un'indagine segreta ma quasi per dar voce ai ricordi oscuri e insulsi della sua infanzia. Nel corso dei suoi viaggi clandestini in Anatolia, Celal aveva tentato di entrare in contatto con quella feccia reazionaria ed era riuscito a incontrare un certo numero di quei sonnambuli, vuoi presso un meccanico alla periferia di Konya, vuoi in casa di un fabbricante di trapunte a Sivas; aveva detto loro che i segnali dell'arrivo del Giorno del Giudizio li avrebbe diffusi attraverso le sue rubriche: non dovevano fare altro che aspettare. L'articolo in cui aveva nominato i ciclopi, quello sul Bosforo in secca, i diversi su sultani e pasci che girano travestiti ne erano zeppi.
Quando uno dei diligenti ufficiali, dopo averci informato di essere alla fine riuscito a interpretare il codice, ci spieg
molto seriamente che la chiave dell'enigma era rappresentata dall'acrostico formato con le lettere iniziali dei paragrafi del pezzo intitolato Il bacio, mi venne voglia di replicare: Lo sapevo gi. E quando richiamarono la mia attenzione sul significato del titolo del libro di Khomeini, Scoperta del mistero, dove l'ayatollah racconta la propria vita e le proprie fatiche, accompagnandole con le foto riprese in certi vicoli bui di Bursa durante l'esilio passato l, mi venne di nuovo voglia di dire lo so, perfettamente consapevole di ci a cui miravano. Quando ridevano del fatto che Celal, per rifondare chiss quale mistero perduto, si fosse messo alla ricerca di un uomo che avrebbe finito per ucciderlo - perch non aveva tutte le rotelle a posto, secondo loro, e soffriva di amnesie -, o quando mi capitava dinanzi agli occhi una delle persone smarrite, sofferenti e afflitte che avevo gi visto nelle foto chiuse nei recessi del mobile in olmo a casa di Celal, di nuovo mi veniva voglia di dire: Lo sapevo gi! Di spiegare che conoscevo l'identit dell'amata invocata da Celal nell'articolo sulle acque del Bosforo che arretrano, la moglie fantasma a cui si rivolge nel pezzo sul bacio, i personaggi che incrocia nel crepuscolo tra il sonno e la veglia. Di dire lo so, anche se ero poco convinto di tutto quello che dicevano, come ad esempio quando mi spiegarono beffardamente che il bagarino impazzito d'amore per la pallida greca del botteghino di un cinema era in realt un loro collega in borghese, oppure quando, dopo averla fissata a lungo e con attenzione, dichiaravo di non riconoscere un'ennesima faccia privata di dignit, mistero e significato dalla tortura, dalle percosse e dalla mancanza di sonno, oltre che confusa dalla presenza del falso specchio attraverso il quale lo vedevamo senza che lui vedesse noi; e loro finivano con lo spiegarmi che gli articoli di Celal su facce e mappe erano in realt un vecchio trucco di bassa lega fatto per compiacere i lettori, inducendoli a pensare che avesse inviato loro un segreto, un ricordo, il segno di un comune sentire.
Forse sapevano gi perfettamente che cosa sapevo e non sapevo, ma siccome volevano farla finita il pi presto possibile, eliminando subito qualsiasi germoglio potesse crescere non solo nella mia mente ma anche in quelle dei lettori dei giornali e dei nostri connazionali, ovunque, prima che sbocciasse e
facesse fiori, desideravano togliere di mezzo questo mistero perduto, oscuro, di Celal, offuscato dal catrame nero e dalle fecce incolori delle nostre esistenze, prima che potessimo avere l'opportunit di scoprirlo.
Ogni tanto uno dei furbi spioni, convinto che fosse giunta l'ora di darci un taglio, o un generale che vedevo per la prima volta, o il giudice pelle e ossa che conobbi qualche mese pi tardi, tentava di mettere in piedi una versione completa e definitiva del mistero, allo stesso modo dell'improbabile investigatore dei romanzi gialli che pian piano risolve con l'abilit di un mago, a beneficio dei lettori, le implicazioni nascoste nei diversi indizi e particolari. Scene degne delle pagine finali di uno dei libri di Ruya. Intanto gli altri funzionari presenti - uguali a insegnanti impegnati, durante una discussione a scuola, a prestare attenzione, pazienza e orgoglio alle perle di saggezza degli studenti migliori - ascoltavano, prendendo appunti su taccuini contrassegnati dal lo-go forniture di stato: l'assassino, veniva loro spiegato,  una pedina delle potenze straniere che intendono destabilizzare la nostra societ; un complicato piano che ha spinto gli ordini bektasi e naksibendi, i poeti che componevano acrostici in versi con la metrica tradizionale aruz e svariati bardi del nostro tempo - insomma: tutti coloro che si erano resi conto che i loro segreti erano stati fatti oggetto di derisione - a trasformarsi, inconsapevolmente, in rappresentanti delle forze straniere impelagate nel complotto ordito per farci precipitare nell'anarchia, una specie di apocalisse. Oppure: ma no, il delitto non c'entra nulla con la politica. Per capirlo  sufficiente ricordare che il giornalista assassinato scriveva sciocchezze che nulla avevano a che fare con la politica, con un linguaggio antiquato e uno stile illeggibile, oltre che di insopportabile prolissit. E ancora: l'assassino  di sicuro un bullo di Beyoglu che ha pensato di essere stato preso in giro dalle esagerate leggende scritte su di lui da Celal, o un sicario al suo servizio. Una delle molte notti in cui gli studenti - che si costituivano tanto per farsi un nome - venivano sottoposti a tortura perch cambiassero idea e confessassero, o in cui numerosi innocenti prelevati in moschea venivano costretti a rendere una deposizione, un docente di letteratura
Divan - con dentiera -, che era cresciuto insieme a un generale del Servizio investigativo nazionale in certi vecchi vicoli e cortili di Istanbul sovrastati da bovindi, dopo essersi prodotto in una breve ma noiosa prolusione all'hurufismo e all'antica arte dei giochi di parole, interrotta dalle battute pesanti dei presenti, ascolt ci che dissi io di malavoglia e poi, tirando fuori un tono da indovino di periferia, spieg che non risultava particolarmente difficile inquadrare i fatti nella cornice di Bellezza e amore di Seyh Galip. In quel periodo, le lettere di denuncia inviate ai giornali e alle autorit nel fervore di una ricompensa venivano esaminate, al castello, da una commissione di due persone: costoro non presero affatto in considerazione la scoperta letteraria del professore, che quan-tomeno aveva il merito di richiamare l'attenzione su un problema poetico bisecolare.
Pi o meno in quel periodo decisero che l'assassino era un barbiere, vittima di una delazione. Dopo avermelo mostrato - un omino magro e minuto, di pi di sessant'anni -, visto che anche questa volta non ero in grado di identificarlo, la smisero di convocarmi a questi demenziali festini di vita e morte, mistero e potere, celebrati al castello. I giornali pubblicarono dopo una settimana la vicenda dettagliata del barbiere che sulle prime neg il delitto, poi lo confess, poi lo neg di nuovo, per confessarlo per una seconda volta. Celal Salile aveva parlato di lui molti anni prima in una rubrica intitolata Devo essere me stesso, dove - oltre che in alcuni articoli successivi - aveva raccontato come lui fosse andato al giornale a fargli alcune illuminanti domande circa il profondo mistero dell'Oriente, di noi stessi e della nostra esistenza, domande a cui lui aveva risposto con battute di spirito. Il barbiere aveva considerato queste battute fatte in presenza di testimoni alla stregua di insulti, tanto pi che erano poi ricomparse non in una sola ma in diverse rubriche. Sentendosi preso ancora una volta in giro per la ripubblicazione della prima di queste rubriche ventitre anni pi tardi con lo stesso titolo, e provocato da certi loschi figuri da cui era circondato, aveva deciso di farla finita col rubricista. Quanto all'identit di questi provocatori, non solo non erano mai stati scoperti ma la loro presenza era stata addirittura negata dal
barbiere, che aveva definito la sua azione un atto individuale di terrorismo, riprendendo un'espressione imparata dalla polizia e dai giornali. I quotidiani allora pubblicarono una foto del suo volto stanco e malmenato, privato di qualunque significato o lettera, e poco dopo, un mattino, a un'ora in cui le vie di Istanbul erano attraversate unicamente da branchi di miserabili cani ignari del coprifuoco, fu impiccato per confermare l'efficienza di una cos rapida giustizia con un'altrettanto rapida esecuzione della condanna.
A quei tempi ero impegolato negli aneddoti che rammentavo o che ero andato a ricercare a proposito del monte Kaf, oltre che ad ascoltare assonnato le ipotesi di persone che venivano a trovarmi in ufficio con il preciso intento di far luce sui fatti, senza tuttavia riuscire a essere di alcun aiuto. Tra loro, un ossessivo studente della scuola religiosa mi spieg a lungo di aver dedotto dai suoi scritti che Celal era il Dadjdjal: come a questa conclusione era arrivato lui, allo stesso modo poteva esserci arrivato l'assassino, il quale, uccidendolo, aveva emulato il Messia, ovvero Lui; quindi mi mostr le lettere sui ritagli zeppi di riferimenti ai boia. Mi tocc prestare ascolto anche al sarto di Nisantasi, che mi rivel di essere lui quello che cuciva i costumi storici di Celal. Feci fatica a ricordare che era lo stesso sarto occhialuto che avevo visto al lavoro fino a tardi nella sua bottega la sera di neve della scomparsa di Ruya, proprio come chi fatica a ricordare un film visto molti anni prima. La stessa reazione la ebbi con il mio amico Saim, venuto da me per informarsi nei dettagli circa l'ampiezza degli archivi del Servizio investigativo nazionale, ma anche per portarmi la buona notizia che, essendo finalmente stato arrestato Mehmet Yilmaz, lo studente innocente era stato scarcerato. Mentre si diffondeva sul famoso Devo essere me stesso, ovvero sul titolo della rubrica considerata la causa dell'omicidio, personalmente ero a tal punto lontano dall'essere me stesso che mi stavo estraniando da questo libro nero tanto quanto da Galip.
Per qualche tempo mi dedicai unicamente alla professione legale e ai miei processi. Per qualche altro tempo trascurai il lavoro, andando a trovare vecchi amici e frequentando ristoranti e taverne con altri, conosciuti da poco. Certe volte
notavo le nuvole sopra Istanbul assumere un'incredibile sfumatura di giallo o cenere; altre, invece, tentavo di convincermi che il cielo della mia citt era sempre quello di prima. Mi alzavo dalla scrivania a mezzanotte passata, dopo aver buttato gi con straordinaria facilit i due o tre articoli della settimana, come faceva Celal nei suoi periodi fecondi, mi sistemavo sulla poltrona accanto al telefono e allungavo le gambe sullo sgabello, in attesa che gli oggetti attorno a me si tramutassero pian piano in cose dell'altro mondo, in segni di un altro universo. In quei momenti avvertivo nel profondo della memoria agitarsi come un'ombra un ricordo; attraverso un cancello quest'ombra faceva il suo ingresso nel giardino della memoria, che si affacciava su un altro giardino, da dove procedeva attraverso un terzo cancello e poi un quarto. E tramite questo processo familiare sentivo i cancelli della mia personalit aprirsi e chiudersi, e intanto diventavo un'altra persona, in grado di avere un rapporto con quell'ombra, di esserne felice; a quel punto dovevo trattenermi per non mettermi addirittura a parlare con la voce di quest'altra persona.
Tenevo la mia vita sotto un certo controllo, anche se non troppo ferreo, in modo da non scontrarmi alla sprovvista con un ricordo di Ruya e da evitare con cura un dolore che temevo potesse abbattersi inaspettatamente su di me in qualunque luogo e momento. Le due o tre volte alla settimana che andavo a cena da zia Hle aiutavo Vasif a dare da mangiare ai pesci rossi, ma non mi sedevo pi sul bordo del letto a scorrere i nuovi ritagli che tirava fuori. (Fu comunque in quel modo che vidi una foto di Edward G. Robinson sul giornale, stampata sopra la rubrica di Celal, scoprendo che fra i due c'era una certa aria di famiglia, quasi fossero lontani parenti). Se facevamo molto tardi, e mio padre o zia Suzan mi suggerivano di andare a casa senza altri indugi, come se ad attendermi, malata, ci fosse ancora Ruya, Avete ragione, - rispondevo. -  meglio che vada, prima che scatti il coprifuoco.
Per non prendevo la strada che passa davanti alla bottega di Aladdin e che facevo sempre con lei, ma procedevo per vie laterali seguendo il percorso pi lungo per andare a
casa nostra e anche al Palazzo Cuor della Citt, e di nuovo cambiavo itinerario per evitare le strade attraversate da lei e Celal dopo essere usciti dal cinema Konak, con il risultato che alla fine mi ritrovavo in certe stradine buie di Istanbul in posti mai visti prima, muri, lampioni, cortili di moschee, edifici dai volti inquietanti e dalle finestre con le tende tirate che assomigliavano a occhi ciechi. Il procedere per questi segni bui e morti mi tramutava in un altro al punto che, giun-to regolarmente sul marciapiede di fronte al Palazzo Cuor della Citt un attimo prima che scattasse il coprifuoco e vedendo lo straccio tuttora legato alla ringhiera del balcone dell'ultimo piano, non facevo nessuna fatica a ritenerlo il segnale che Rya fosse in casa ad aspettarmi.
Vedendo questo oggetto messo l da lei, dopo aver percorso quelle cupe strade deserte, mi veniva in mente una cosa di cui avevamo discusso a lungo una notte di neve, al terzo anno di matrimonio, come una coppia di vecchi amici che tirano avanti da anni senza essersi mai messi in croce, senza lasciare che la conversazione sprofondasse nel pozzo privo di fondo dell'indifferenza e senza nemmeno essere consapevoli dell'immenso silenzio che scendeva tra di noi come un fantasma. Su mio suggerimento e con infinito piacere di Rya, data la sua eccezionale capacit d'immaginazione, ci eravamo figurati una giornata che avremmo trascorso insieme nel futuro, a settantatre anni.
Un giorno d'inverno saremmo saliti a Beyoglu. Ci saremmo comprati a vicenda un regalo con i soldi messi da parte: un maglione e un paio di guanti. Avremmo avuto addosso i nostri vecchi e pesanti cappotti, che ci piacevano perch avevano finito con l'impregnarsi del nostro odore. Avremmo guardato distratti le vetrine senza cercare nulla in particolare, semplicemente chiacchierando. Ci saremmo lanciati in una formidabile sequela di lamentele su com'erano cambiate le cose, blaterando oziosi di com'erano pi belli, pi cortesi, una volta, gli abiti, le vetrine, la gente. Procedendo in questo modo, ci saremmo resi conto che ci comportavamo cos perch eravamo troppo vecchi per poterci aspettare un granch dal futuro, ma non avremmo comunque mutato questo nostro atteggiamento. Avremmo comprato un chilo di marron glac,
controllando attentamente che fossero pesati e incartati bene. E a un certo punto, nei vicoli di Beyoglu, avremmo visto una vecchia libreria che non avevamo mai notato e, lieti e sorpresi, ci saremmo felicitati tra noi. Dentro avremmo trovato in vendita a prezzo ragionevole alcuni vecchi gialli che lei non aveva o non ricordava di aver mai letto. E mentre frugavamo qua e l alla ricerca di questo o quel romanzo, un vecchio gatto che si muoveva furtivo tra le pile dei libri ci avrebbe fatto le fusa, e la libraia ci avrebbe sorriso, gentile. Ci saremmo fermati in una piccola pasticceria, contenti del pacco di libri portato via cos a buon mercato, sufficiente ad appagare per almeno un paio di mesi la passione di Rya per i gialli e, sorseggiando il t, avremmo avuto un diverbio, certo di poco conto. Avremmo bisticciato perch avevamo settantatre anni e sapevamo di averli spesi invano, come del resto capita a tutti. Tornati a casa avremmo aperto i pacchetti, ci saremmo spogliati senza alcuna remora e avremmo messo in azione i nostri vecchi corpi, facendo l'amore a lungo accompagnati da un profluvio di marron glac e di sciroppo appiccicoso. Il colore chiaro dei nostri corpi vecchi e stanchi sarebbe stato lo stesso - semitrasparente, color crema - di quando eravamo bambini e ci eravamo conosciuti, sessantasette anni prima. Rya, la cui immaginazione era sempre stata pi viva della mia, aveva detto che nel mezzo di questo sfrenato amplesso ci saremmo concessi una pausa per farci una sigaretta e un bel pianto. Ero stato io a entrare in argomento, perch sapevo che Rya a settantatre anni mi avrebbe sicuramente amato, essendole ormai impossibile aspirare a una vita diversa. Intanto Istanbul, come i miei lettori hanno di sicuro notato, avrebbe continuato a vivere nella sua miseria. Mi succede ancora di trovare qualcosa di suo in qualche vecchio scatolone di Celal, o tra la roba del mio ufficio, in questa o quella stanza, o da zia Hle, non buttato via solo perch stranamente mi  sfuggito. Il bottone color viola del vestito che aveva la prima volta che l'ho vista, un paio di quelle montature moderne per occhiali, con gli angoli a punta - del tipo che negli anni Sessanta aveva iniziato a comparire nelle riviste europee sulla faccia di certe donne brave e sane -, che lei era riuscita a portare per sei mesi prima di
gettarlo via; qualche minuscola forcina nera: aveva l'abitudine di tenerne una in bocca mentre si fissava l'altra fra i capelli con tutt'e due le mani; il coperchio a forma di coda -averlo perso l'aveva addolorata per anni - che chiudeva una papera di legno in cui teneva ago e filo; il tema che aveva come argomento il mitico uccello simurgh che vive sul monte Kaf e le avventure di coloro che lo cercano, copiato direttamente dall'enciclopedia e finito tra le pratiche legali di zio Melih; i capelli rimasti sulla spazzola di zia Suzan; una lista della spesa preparata per me (sarde affumicate, una copia del settimanale Schermo d'argento, gas per l'accendino, cioccolatini Bonibon alla nocciola); il disegno di un albero, fatto con l'aiuto del nonno; il cavallo dell'abbecedario; una calza spaiata del paio verde che le avevo visto addosso diciannove anni prima, mentre inforcava una bicicletta a nolo.
Prima di abbandonare con gentilezza, rispetto e cura uno di questi oggetti in un bidone della spazzatura di fronte a questo o quel palazzo di Nisantasi e scappare via, me lo portavo in giro nelle tasche sporche un paio di giorni, e talvolta persine una settimana, se non addirittura - s, s, lo so - un paio di mesi; ma anche dopo averci rinunciato con pena fantasticavo che questi tristi oggetti tornassero un giorno da me con i loro ricordi, esattamente come le cose che riemergevano dal pozzo buio del nostro palazzo.
Oggi di Rya mi restano solo questi scritti, queste pagine cupe, buie, nere come la pece. A volte, quando ricordo una delle storie che vi sono contenute, quella del boia, ad esempio, o quella della prima volta che abbiamo sentito Celal raccontare la favola intitolata Ruya e Galip, una nevosa sera d'inverno, finisco con il rammentarne un'altra, secondo cui l'unico modo di essere se stessi  diventare un altro o perdersi nei racconti di un altro; e ognuno dei racconti che desidero raccogliere nel libro nero me ne rammenta un terzo e un quarto, proprio come le nostre storie d'amore e i giardini della memoria che danno l'uno nell'altro, e allora con entusiasmo mi torna alla mente la storia di un innamorato che diventa un altro perdendosi per le vie di Istanbul, o quella dell'uomo alla ricerca del mistero e del significato perduto del proprio volto, e cosi arrivo alla fine del mio libro
nero abbracciando con ancor maggiore passione il mio nuovo mestiere, che consiste nel riraccontare le storie vecchie, vecchissime, antiche. Giunto al termine, Galip scrive l'ultima delle rubriche di Celal per il giornale, anche se ormai non desta quasi pi nessun interesse. Poi, verso mattina, ricorda con dolore Rya e si alza dalla scrivania per guardare il buio della citt addormentata. Ricordo Ruya e mi alzo dalla scrivania per guardare il buio della citt. Ricordiamo Ruya e guardiamo il buio della citt, e nel cuore della notte veniamo colti dal dolore e al tempo stesso dall'ansia che mi prendono sempre tra il sonno e la veglia, quando mi pare di aver intravisto una traccia di Ruya sull'azzurra trapunta a quadri. Perch non c' nulla di sorprendente come la vita. Tranne lo scrivere. Lo scrivere. S, certo, tranne lo scrivere, l'unica consolazione che abbiamo.
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1985-1989.
...
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FINE.
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Nota dellautore.
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Dieci anni dopo.
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I miei ricordi pi intensi sul Libro nero riguardano l'ultimo periodo in cui ho terminato di scriverlo. Era il mese di novembre del 1988 e mi ero chiuso in un alloggio vuoto, in cima a un palazzo di diciassette piani, costruito da poco nel quartiere di Erenky. Scrivevo continuamente, deciso a porre fine alla mia opera in breve tempo. Mia moglie era negli Stati Uniti e non c'era nessuno che conoscesse il mio numero di telefono, quindi nessuno mi cercava; lontani erano i pochi amici che avevo, gli editori che potevano chiedermi di scrivere articoli o altre cose per riviste o giornali, lontano era tutto ci che mi poteva distogliere dal mio libro e dalle avventure del suo protagonista Galip in cui mi ero sprofondato con tenacia. A parte due amici-parenti (Sibel e Omer) che abitavano nello stesso grande palazzo e con affetto mi invitavano ogni tanto a cena, non frequentavo anima viva. Ma ero molto felice di non vedere nessuno, come mi succede sempre nei periodi in cui mi concentro ossessivamente su un libro e dimentico il resto del mondo.
Nonostante ci non riuscivo a terminare il mio romanzo (ho scritto Il libro nero in circa cinque anni). Il fatto di non essere in grado di concludere il libro, bench continuassi a scrivere senza tregua in quel luogo appartato, mi trasform lentamente in Galip, il mio protagonista, con uno strano sentimento di paura e tristezza a cui s'intrecciavano il piacere di scrivere e la solitudine. Proprio come Galip che cercava la moglie senza trovarla, e nel frattempo si imbatteva in vicende inimmaginabili - meraviglie di ogni genere, tunnel sotterranei, Trkan Soray e le sosia, articoli di giornali - senza per trame diletto per il senso di smarrimento e dolore che
aveva dentro, anch'io non riuscivo a rallegrarmi del tutto, bench provassi profondamente il piacere che mi dava il libro man mano che si sviluppava. Dopo un po' di tempo, mi ritrovai completamente solo, proprio come Galip. Avevo smesso di farmi la barba, e mi trascuravo nell'abbigliamento. Mi ricordo che una sera, con scarpe da ginnastica orrende ai piedi, un cappello in testa, uno squallido sacchetto di nylon in mano e addosso un impermeabile senza bottoni, mi misi a camminare come un fantasma nelle vie secondarie di Erenky. Entravo a caso in qualche locanda o trattoria, osservavo con sguardo ostile il posto e mi mettevo a mangiare. Mio padre veniva a trovarmi ogni due settimane per portarmi a pranzo o a cena e, preoccupato dallo stato di sporcizia e trascuratezza del mio alloggio, dalla mia penosa condizione e dal fatto che non riuscissi a finire il mio romanzo, mi dava consigli.
Mi sentivo completamente solo come Galip (forse per riversare nel libro questo senso di perdizione), ma pi che essere triste come lui, ero arrabbiato: perch i lettori avrebbero potuto non capire il mio romanzo che diveniva a poco a poco sempre pi strano, avrebbero potuto confrontarlo con quelli classici, avrebbero potuto considerare i suoi punti oscuri e difficilmente comprensibili come una dimostrazione di fallimento, perch avrei potuto forse non finirlo, perch scrivevo forse un romanzo sbagliato... Il libro nero mi ha insegnato che il successo di un'opera non dipende da come si risolvono i problemi letterari o stilistici, ma dallo sforzo disperato dello scrittore per affrontare la grandezza e le pretese del libro. Trovare argomenti che richiedono continuamente allo scrittore tutta la sua forza, tutta la sua creativit, tutta la sua vita,  difficile quanto scrivere bei libri.
Romanzi cos, cui avete dedicato la vostra esistenza, vi portano passo dopo passo dove desiderano loro, proprio come la vostra vita legata a quel libro. Questo nuovo posto o questo strano paese  costituito naturalmente dal vostro passato, dai vostri ricordi e dalla vostra immaginazione, ed  un misto di paura, dubbio, sconfitta e solitudine, sentimenti che ho fatto miei durante il periodo in cui scrivevo Il libro nero, nelle lunghe notti in cui fumavo una sigaretta dopo l'altra. Siete voi a raggiungere per primi questo luogo; e ci costituirebbe la
prima ragionevole consolazione. Eppure a salvarvi sono la vostra tenacia e pazienza, e non la qualit artistica o intellettuale. Nonostante queste doti in cui credo maggiormente rispetto a ci che viene definito talento, ogni tanto avvertivo con timore che il libro che stavo scrivendo non andava da nessuna parte: tutte quelle pagine trascinavano sia me sia il lettore in mezzo alla confusione del romanzo stesso, e mi lasciavo prendere da un profondo senso di depressione. Il libro nero mi faceva viaggiare tra un obiettivo personale e un'indeterminatezza superficiale, tra ambiguit e vaghezza. Nei momenti di solitudine, a farmi pi paura erano le conclusioni negative di questa tensione, il possibile insuccesso del libro a cui avevo dedicato cinque anni della mia vita. Invece adesso penso che questi timori costituiscono un rimedio per coloro che scrivono come me tormentati da inquietudine e ansia.
Alla fine degli anni Settanta avevo gi in mente le prime idee sul Libro nero, un romanzo ambientato a Istanbul che avrebbe abbracciato tutta la storia e l'anarchia della citt e la poeticit delle strade della mia infanzia. In un mio taccuino, iniziato nel 1979, racconto di un intellettuale che scappa di casa intorno ai trentacinque anni e passa un lungo fine settimana lontano dal suo ambiente, di una partita della nazionale giocata in quello stesso fine settimana che diventa poi un dramma per il paese, di un blackout, delle strade di Istanbul e dell'atmosfera che si trova nei quadri di Bruegel (Neve) e di Bosch (Satana), nel Mesnevi, in Sehname e nelle Mille e una notte.
In questo periodo in cui sviluppavo i primi pensieri per // libro nero, non avevo ancora pubblicato il primo romanzo Il signor Cevdet e i suoi figli, ma avevo in mente un pittore come protagonista e La miniatura spezzata come titolo. Pensavo a tante cose, tutte nello stesso momento: il frastuono e la confusione di Istanbul, i suoi intellettuali, le loro divertenti feste, le riunioni famigliari, i funerali, lo speaker delle partite di calcio, un concorso di bellezza... Ed ero pi felice grazie alle fantasie e alle congetture su questo libro dal probabile titolo Il libro nero che con i romanzi che scrivevo allora (un romanzo politico rimasto a met, La casa del silenzio, il castello bianco).
Nel corso di quel periodo vissi una giornata che influenz la struttura e il concetto del libro: nel 1982, poco prima che la gente andasse alle urne per votare la nuova costituzione, sotto pesanti pressioni che limitavano molte libert, a due anni dal colpo di stato, mio cugino mi chiam dicendo che cercava intellettuali pronti a criticarla davanti alle telecamere di un gruppo televisivo svizzero e lui non conosceva nessuno che avrebbe avuto il coraggio di farlo. Ero in grado di aiutarlo ? Cosi, per parlare con intellettuali che potevano accettare questa proposta, girai tutta Istanbul da cima a fondo in due giorni: uffici universitari, case editrici di enciclopedie, agenzie pubblicitarie, sedi di giornali, appartamenti, e tanti altri luoghi. Dal momento che in quel periodo le comunicazioni telefoniche - proprio come capita anche adesso - venivano intercettate impunemente dallo stato, era necessario che andassi a trovare i miei candidati uno a uno e parlassi loro a quattrocchi. In quei tempi la pressione militare e statale sugli intellettuali era ai livelli sovietici, perci davo ragione a giornalisti, scrittori e persone di buon cuore che rifiutavano la mia proposta e mi sentivo in colpa per averli messi di fronte a una difficile scelta etica. Il gruppo televisivo straniero che aspettava in una stanza del Pera Palas mi aveva anche assicurato che si potevano fare le riprese di spalle e oscurare comunque la faccia della persona intervistata. Infine mi dissero che potevano intervistare anche me che non ero stato in grado di convincere nessun intellettuale, proprio come Galip che alla fine del Libro nero parla alle telecamere in una stanza d'albergo (e lui non era riuscito a trovare Celal), ma io non avevo n coraggio n fiducia in me stesso.
Sarebbe una follia elencare qui tutte le cose che, emerse dai ricordi della mia vita, con qualche ritocco sono entrate nel Libro nero, perch sono davvero tante. Ad ogni modo vorrei che si sapesse che il quartiere di Nisantasi di quel periodo  il mio quartiere, e che sono stato fedele ai nomi dei negozi e all'atmosfera dei viali e delle strade. Molte persone hanno saputo dalle interviste pubblicate in seguito dai giornali che Aladdin  un personaggio reale e il suo negozio  una bottega reale di fronte al posto di polizia. Sono sempre stato molto felice di contemplare i ritagli
dei giornali che Aladdin appendeva nella vetrina e nel suo negozio, di presentarlo ogni tanto ai miei traduttori (Aladdin, questa  Vera, ti render famoso in Russia! ) e di sapere dell'esistenza dei lettori curiosi che venivano dall'altro capo del mondo con il libro in mano per trovare Aladdin. Coloro che hanno scoperto che al posto del Palazzo Cuor della Citt si erge Palazzo Pamuk avranno immaginato che vi avessi tratto molti elementi: dal cigolio dell'ascensore all'odore delle scale, da quel cavedio ai litigi famigliari... I miei parenti hanno continuato a litigare tra loro anche dopo la sua pubblicazione, con un senso di burla post-moder-no: prima hanno intentato cause uno contro l'altro per motivi di eredit e poi hanno organizzato pranzi e cene durante le feste religiose.
A proposito di post-modernismo: i nostri critici informati superficialmente su ci che accade nel campo della letteratura occidentale e americana, e la stampa che diffonde ci che impara da loro, hanno usato questo concetto a casaccio, dandogli un'importanza secondo me eccessiva, e di conseguenza i lettori hanno iniziato a considerare la parola postmoderno come una specie di giustificazione per le difficolt, le lunghe frasi e la complessit del libro. Penso che questa sia una reazione legittima.
Poich il libro nero  ambientato nei luoghi dove ho passato la maggior parte della mia vita (a cominciare dall'infanzia) e racconta le avventure di un mio coetaneo, mi hanno sempre chiesto in che misura io fossi Galip. Probabilmente i dettagli della mia vita mentre faccio la spesa, guardo dalla finestra la bottega di Aladdin, parlo con la signora Ka-mer (che  un personaggio reale), sopporto la solitudine del sabato sera e cammino per le strade deserte di notte, somigliano a quelli della vita del protagonista del libro. Ma grazie al cielo la solitudine di Galip, la sua tristezza che sfocia in malattia, quel buio della sua vita, in me non sono cos profondi. Sono invidioso della sua rassegnazione, della sua seriet e della sua forza di sopportazione; ammiro il suo silenzioso ottimismo nei confronti della vita anche dopo tutto quello che gli  successo. Io sono diventato uno scrittore perch non ero in grado di fare ci che lui ha fatto.
Ognuno dei miei romanzi  un ricordo autonomo. Quando li sfoglio con timore, mi tornano in mente tanto la storia e il mio sforzo per narrare, quanto le stanze e i tavoli dove li ho scritti. Ho iniziato Il libro nero, nel 1985, negli Stati Uniti, nella minuscola stanza del college dell'Iowa University. La mia scrivania dava su un bosco di faggi dalle foglie scarlatte. Successivamente l'ho continuato, a New York, in una piccola casa per studenti dove abitavo con mia moglie, vicino alla Columbia University; avevo una scrivania acquistata a Harlem rivolta verso Morningside Park. Quando alzavo la testa, ogni tanto vedevo gli scoiattoli che correvano sul largo marciapiede che costeggiava il parco e spacciatori che scippavano i passanti ( successo anche a me) e si uccidevano a vicenda davanti ai miei occhi e anche, in un certo periodo, Dustin Hoffman che girava il film Ishtar che non ebbe alcun successo. Nei due anni seguenti ho lavorato in uno stanzino di due metri per uno e mezzo della biblioteca della Columbia University che conteneva quattro milioni di libri. Questo bugigattolo, che diventava azzurro per il fumo delle mie sigarette, era in cima all'edificio e dava sul cortile e sulla piazza pieni di studenti. Ho continuato poi a scrivere in una mansarda su viale Tesvikiye, che immaginavo come l'ufficio segreto di Celal (il termosifone gemeva e il parquet cigolava allo stesso modo), e successivamente in una casa estiva sull'isola di Heybeliada che poi  stata venduta (dalla mia finestra si vedeva il buio del bosco e l'azzurro del mare pi in l). Dall'alloggio del palazzone a Erenky dove ho finito il mio romanzo si vedevano centinaia e centinaia di finestre, e nelle notti in cui scrivevo consumando con grande piacere diversi pacchetti di sigarette notavo lo scomparire della luce azzurrina dei televisori che man mano si spegnevano. Adesso so molto bene quanto fossi felice di scrivere il mio libro, fumando a volont e dando ascolto al silenzio di Istanbul fino alle quattro di notte (cani che abbaiavano lontano, alberi fru-scianti, camion della nettezza urbana, ubriachi). In quelle notti fonde vivevo questa gioia come una stanchezza spirituale sconvolgente e come godimento, insieme alla paura di perdermi nel mistero del libro che di quando in quando era inaccessibile anche a me.
Non affronter la consistenza, l'incertezza e il significato di questo mistero, perch so perfettamente di non essere in grado di capire e analizzare quella zona pericolosa su cui molti mi interrogano fra dubbi e curiosit.
8 marzo 2000.
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FINE.